buongiorno!

giovedì, gennaio 13, 2011

che ci si possa trovare all’inizio del giorno con un obiettivo di traguardo anche solo di un impercettibile movimento di labbro più in alto di quello del mattino

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e questo mi piace sempre tanto, da anni.

giovedì, gennaio 13, 2011

E se poi si cambia

giovedì, gennaio 13, 2011

Più di un anno dall’ultimo post. E se poi le cose cambiano, e se il mondo gira, e se ti sembra che si sia fermato, e se ti accorgi che tanto è cambiato, e se non capisci più nulla? Verso la condizione più pura dell’uomo, c’è un’infinità che non ha fine, e proprio questo è il bello, credo. Si ci credo. Ci credo? Ci credo.


domenica, gennaio 25, 2009

marmellataQuando non riesci a fare qualcosa, cambia punto di vista.


la flessione

mercoledì, agosto 20, 2008

eccoci arrivati al primo punto di flessione fisiologico di ogni blog, quello in cui si decide delle sorti dello stesso: o naufraga nel mare del web, oppure si riprende, cioè l’autore lo riprende, e ne consolida la forma.

questo perché, come ogni cosa (la palestra, gli amici, il telefonino, la ragazza), la novità non è più tale e ci si accorge in quel momento se l’ex novità, ora quasi abitudine, può rinnovarsi e provare ad entrare nell’empireo delle “cose con importanza”.

Ci sono state le vacanze, per me poche, ma ciò non conta nulla. Spero che, mio piccolo blog che gode di vita propria, tu riesca a slanciarti e a crescere. Io ti do una mano.

Vi volevo parlicchiare di una serie tv che ho appena terminato di guardare. In America è andata in onda dal  19 settembre 2005 al 6 febbraio 2006, ed in Italia su Fox dal 11 aprile al 20 giugno 2006, e su Italia1 dal 7 luglio al 1 settembre 2007 su Italia1 (benedetta Wikipedia). La serie è stata annullata dopo la prima stagione, che però ha una conclusione non male. La serie si chiama SURFACE e, a mio parere, è mediocre. Però…

e qui vi lascio, ve ne parlo al prossimo articolo, così sono costretto a continuare; avevo detto che avrei aiutato il blog no?

Furbo Andrea, ammazza!!!


Ci sono giorni…

venerdì, luglio 18, 2008

Ci sono giorni in cui non capisci se vivi o sopravvivi. In questi giorni è meglio concentrarsi, chinare la testa e farla macinare di pensieri. Anche una sola riga scritta nell’aria con un occhio volante può sollevare la tua condizione e renderti uomo.


Perché Rambo non è Rambo

domenica, luglio 13, 2008

Ci sono film che conosci alla perfezione, di cui ti sembra anche scontato andare a leggerti altro, di cui si è detto tutto, di cui ogni singola persona sul globo conosce il titolo, l’attore, la trama. Poi ci pensi meglio, e ti accorgi che tu non lo hai mai visto, o che se lo hai fatto eri talmente piccolo o talmente addormentato che è come se non lo avessi fatto. Si, ti ricordi una immagine, ma più perché fa parte dell’immaginario collettivo mondiale che della tua personale memoria visiva, nella sezione alimentata dalle tue proprie esperienze.

Così è stato per me, guardando ieri Rambo. Se ci pensiamo, di questo film del 1982 diretto da Ted Kotcheff e sceneggiato anche da Stallone (come è stato anche per Rocky, dove invece era l’unico sceneggiatore, grande SLY!), dicevo se ci pensiamo di questo film abbiamo sempre in mente la fascetta, lo sguardo da duro, il muscolo gonfio, ed il mitra. Poi sparatorie ed ammazzamenti.

Tempo fa leggevo da qualche parte che nel vocabolario esiste la parola Rambo. Sono andato a leggere sul sito di garzanti linguistica, ed ecco cosa esce:

s. m. persona atletica che ama esibire il proprio vigore fisico o si rende protagonista di azioni di forza spettacolari.

A parte il fatto, già da considerarsi eccezionale, di come il nome di un personaggio cine-letterario abbia talmente attraversato gli occhi e la mente di ogni paese tanto da diventare una voce da vocabolario, quindi veicolante un senso universale, condiviso, a parte questo dicevo, ciò mi ha fatto comprendere come il mito di Rambo si diventato per ognuno di noi qualcosa che si distanzia infinitamente dalla bellezza e dalla tristezza del film, tratto da un libro di David Morrell (a proposito, il titolo originale del film come del libro è First Blood).

Rambo non è un coatto, non è un esaltato, non è un muscolo impazzito. John Rambo è un povero essere completamente disadattato e disorientato che, come moltissimi suoi coetanei al ritorno della guerra del Vietnam, non sa più chi è e cosa può fare nella vita per sentirsi un essere umano, in una realtà che gli è così ostile da continuare a perpetrare verso di lui l’ingiustizia sociale che aveva subito ai massimi livelli in guerra. Della sua vecchia persona forse non c’è più nulla, e della nuova non-persona la gente ha paura e, come i Vietcong, attacca sentendosi minacciata. Il torto infinito qui però è che quella diversità è proprio la sua nazione ad averla provocata. La sua espressione è la violenza perché da anni usa solo quella, senza neanche parlare. La sua ottusità è causa di una gravissima privazione della sua libertà e del rispetto umano. Il suo occhio spento si accende solo al ricordo delle torture subite. I suoi muscoli sono solo uno strumento di guerra, di vita, non di esibizionismo, come da vocabolario.

Il mito di Rambo, dell’eroe senza paura, è stato completamente ribaltato, e la sua profonda forza, la sua triste bellezza, è quella di essere la vittima più umiliata dalla nostra storia recente, in rappresentanza dei milioni di ragazzi, da ogni parte del globo, che affrontano un assurdo schiacciamento della loro vitalità, della gioia, e della purezza. Rambo siamo noi quando non troviamo un lavoro e non abbiamo una strada, quando lo perdiamo e nessuno è disposto a riconoscersi come persone valide cui dare una nuova occasione per riassettarsi, quando ci fanno un torto e non riusciamo a rispondere se non a parolacce, quando non troviamo qualcosa per cui continuare la giornata, quando ci accorgiamo che quello che abbiamo intorno è fatto di carta velina.

Tutto ciò è Rambo, e sono felice di averlo finalmente visto bene, assaporato, assorbendo una tristezza che nei ’60/’70 aveva un sapore diverso, di Giungla e armi, ma che è sempre presente, in forme diverse.