Denti e Miti

mercoledì, agosto 27, 2008

Prima di andare a vedere Denti (se vi state chiedendo “perché dovremmo?” la risposta è: “perché ve lo consiglio”) dovete tenere presente che si parla di un mito, quello della vagina dentata. A dispetto dell’effetto di disgusto e di tabù che ogni argomento che tocchi il sesso richiama (purtroppo, perché dobbiamo smetterla di credere che il sesso è roba da maniaci o da impuri, essendo la prima e più grande manifestazione di vita che esista) questo è un mito che, sebbene poco conosciuto, affonda le sue radici in contesti di tempo e si spazio molto vari, come il medioevo, l’America nord-occidentale, l’Asia sud-orientale.

Anche se associata alla paura della castrazione di Freud, lo psichiatra non ne fece menzione, dal momento in cui è la vagina in sé che provoca il timore della castrazione perché denota l’assenza del pene. Qui il mito, che senza troppi sforzi psicanalitici corrisponde alla paura del sesso da parte del maschio predominante, porta la fanciulla protagonista, fervida sostenitrice della purezza e ferrea seguace del niente sesso prima del matrimonio (un’ironica maglietta che indossa recita: attenzione: il sesso cambia tutto)  a prendere drammaticamente coscienza della sua potenza in un mondo di usurpatori (e stupratori).

Né horror né commedia, la sottile ironia che passa come una vena nell’atroce scoperta della ragazza accarezza il buon vecchio motto dei supereroi: se hai un potere sei destinato a rimanere solo. Qui il percorso è al contrario: la vita rende Dawn sola al mondo, ma come contrappunto le regala un potere che ribalta l’atavico “come va il mondo”. Se Eva trascina Adamo nel peccato, e per questo è destinata a sottostare al suo dominio, mantenuto dalla possibilità che la sua carne sia violentata ogni volta che Adamo ne ha voglia, nella modernità, nell’incredibile mutazione di una giovane puritana, sta la rivincita del sesso (ex) debole.

Accanto al tema del ribaltamento di prospettiva a seguito di un incidente, uno dei più classici nel cinema (qui reso affascinante dalla caduta di un angelo), si mette in scena in Denti un mito che ogni giorno di più servirebbe ad equilibrare un mondo in cui le donne continuano ad essere le vittime di una brutalità che, se ancora ce ne fosse bisogno, denota una infinita debolezza in più dell’uomo nei confronti della donna, ma che purtroppo continua a provocare dolore per la semplice conformazione e predominanza fisica.

Un pene in meno ad ogni stupro sarebbe un ottimo modo per far quadrare i conti.

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stretching

sabato, agosto 23, 2008

Bene, eccoci qui al dopo flessione: rilassiamoci…

Dicevamo di SURFACE: è una serie che basa la sua linea narrativa sulla scoperta di una nuova specie sottomarina che sembra progressivamente prendere possesso dei mari e minacciare l’intera umanità. Che cosa ha di bello? Unicamente, dal mio punto di vista, l’affascinante condizione di mettere in scena la possibile estinzione della razza umana: è un tema che da sempre mi affascina, e per quanti film e storie escano fuori, non posso fare a meno di ammirare questa possibilità, con passione, con paura ma anche eccitante speranza.

Forse perché ormai l’uomo è arrivato ad un punto di auto-distruzione che la sua estinzione non può che farci bene (farCI per noi che rimaniamo, mi ci metto anche io naturalmente), forse semplicemente sono un folle, o forse ho raggiunto un livello di misantropia pazzesco. Fatto sta che i vari “L’ombra dello Scorpione”, “28 giorni dopo”, “Io sono leggenda” mi appassionano sempre molto. E alla fine la storia è sempre quella!

Ad ogni modo, questo è l’unico carattere della serie che mi ha colpito e convinto ad andare fino alla fine (come accennavo la serie è stata ultimata ma non ha un seguito) e devo dire che termina in un modo stuzzicante che non vi svelo. Per il resto attori, dialoghi, situazioni, colpi di scena e coerenza interna sono da buttare via (perfino la locandina è brutta).

Chi l’ha pensata poteva forse farci un favore scrivendo semplicemente il racconto e vendendolo a qualcuno più talentuoso di lui.

Invece guardate MAD MEN, già da me altre volte pubblicizzato: sottile, intelligente, complesso, cupo. Da assaporare.

A presto, su questo blog che è consapevole di dovercela mettere tutta per continuare ad esistere!


la flessione

mercoledì, agosto 20, 2008

eccoci arrivati al primo punto di flessione fisiologico di ogni blog, quello in cui si decide delle sorti dello stesso: o naufraga nel mare del web, oppure si riprende, cioè l’autore lo riprende, e ne consolida la forma.

questo perché, come ogni cosa (la palestra, gli amici, il telefonino, la ragazza), la novità non è più tale e ci si accorge in quel momento se l’ex novità, ora quasi abitudine, può rinnovarsi e provare ad entrare nell’empireo delle “cose con importanza”.

Ci sono state le vacanze, per me poche, ma ciò non conta nulla. Spero che, mio piccolo blog che gode di vita propria, tu riesca a slanciarti e a crescere. Io ti do una mano.

Vi volevo parlicchiare di una serie tv che ho appena terminato di guardare. In America è andata in onda dal  19 settembre 2005 al 6 febbraio 2006, ed in Italia su Fox dal 11 aprile al 20 giugno 2006, e su Italia1 dal 7 luglio al 1 settembre 2007 su Italia1 (benedetta Wikipedia). La serie è stata annullata dopo la prima stagione, che però ha una conclusione non male. La serie si chiama SURFACE e, a mio parere, è mediocre. Però…

e qui vi lascio, ve ne parlo al prossimo articolo, così sono costretto a continuare; avevo detto che avrei aiutato il blog no?

Furbo Andrea, ammazza!!!


Perché Rambo non è Rambo

domenica, luglio 13, 2008

Ci sono film che conosci alla perfezione, di cui ti sembra anche scontato andare a leggerti altro, di cui si è detto tutto, di cui ogni singola persona sul globo conosce il titolo, l’attore, la trama. Poi ci pensi meglio, e ti accorgi che tu non lo hai mai visto, o che se lo hai fatto eri talmente piccolo o talmente addormentato che è come se non lo avessi fatto. Si, ti ricordi una immagine, ma più perché fa parte dell’immaginario collettivo mondiale che della tua personale memoria visiva, nella sezione alimentata dalle tue proprie esperienze.

Così è stato per me, guardando ieri Rambo. Se ci pensiamo, di questo film del 1982 diretto da Ted Kotcheff e sceneggiato anche da Stallone (come è stato anche per Rocky, dove invece era l’unico sceneggiatore, grande SLY!), dicevo se ci pensiamo di questo film abbiamo sempre in mente la fascetta, lo sguardo da duro, il muscolo gonfio, ed il mitra. Poi sparatorie ed ammazzamenti.

Tempo fa leggevo da qualche parte che nel vocabolario esiste la parola Rambo. Sono andato a leggere sul sito di garzanti linguistica, ed ecco cosa esce:

s. m. persona atletica che ama esibire il proprio vigore fisico o si rende protagonista di azioni di forza spettacolari.

A parte il fatto, già da considerarsi eccezionale, di come il nome di un personaggio cine-letterario abbia talmente attraversato gli occhi e la mente di ogni paese tanto da diventare una voce da vocabolario, quindi veicolante un senso universale, condiviso, a parte questo dicevo, ciò mi ha fatto comprendere come il mito di Rambo si diventato per ognuno di noi qualcosa che si distanzia infinitamente dalla bellezza e dalla tristezza del film, tratto da un libro di David Morrell (a proposito, il titolo originale del film come del libro è First Blood).

Rambo non è un coatto, non è un esaltato, non è un muscolo impazzito. John Rambo è un povero essere completamente disadattato e disorientato che, come moltissimi suoi coetanei al ritorno della guerra del Vietnam, non sa più chi è e cosa può fare nella vita per sentirsi un essere umano, in una realtà che gli è così ostile da continuare a perpetrare verso di lui l’ingiustizia sociale che aveva subito ai massimi livelli in guerra. Della sua vecchia persona forse non c’è più nulla, e della nuova non-persona la gente ha paura e, come i Vietcong, attacca sentendosi minacciata. Il torto infinito qui però è che quella diversità è proprio la sua nazione ad averla provocata. La sua espressione è la violenza perché da anni usa solo quella, senza neanche parlare. La sua ottusità è causa di una gravissima privazione della sua libertà e del rispetto umano. Il suo occhio spento si accende solo al ricordo delle torture subite. I suoi muscoli sono solo uno strumento di guerra, di vita, non di esibizionismo, come da vocabolario.

Il mito di Rambo, dell’eroe senza paura, è stato completamente ribaltato, e la sua profonda forza, la sua triste bellezza, è quella di essere la vittima più umiliata dalla nostra storia recente, in rappresentanza dei milioni di ragazzi, da ogni parte del globo, che affrontano un assurdo schiacciamento della loro vitalità, della gioia, e della purezza. Rambo siamo noi quando non troviamo un lavoro e non abbiamo una strada, quando lo perdiamo e nessuno è disposto a riconoscersi come persone valide cui dare una nuova occasione per riassettarsi, quando ci fanno un torto e non riusciamo a rispondere se non a parolacce, quando non troviamo qualcosa per cui continuare la giornata, quando ci accorgiamo che quello che abbiamo intorno è fatto di carta velina.

Tutto ciò è Rambo, e sono felice di averlo finalmente visto bene, assaporato, assorbendo una tristezza che nei ’60/’70 aveva un sapore diverso, di Giungla e armi, ma che è sempre presente, in forme diverse.


alla fine il giorno è venuto

lunedì, giugno 30, 2008

E’ venuto per me il giorno di vederlo: E venne il giorno, ottavo film del regista indiano M. Night Shyamalan, esploso con il fantastico Il Sesto Senso.

Ne avevo già parlato ma ora posso dire, con coscienza visiva oltre che pre-visiva, che la pellicola vale per atmosfera e spunto ideativo, ma non per costruzione narrativa e articolazione di messaggio. Il che non è necessariamente un difetto. Mi spiego: come l’insuperabile Gli uccelli di Hitchcock, qui il tema è la natura contro l’uomo, senza troppe spiegazioni sul perché o sul cosa fare, sul prima o sul dopo. La natura si stufa dell’uomo, la natura combatte l’uomo.

Shyamalan dice ciò portando lo spettatore a temere, come i protagonisti, di un nemico che non ha odore, né sapore, né colore, che viaggia con il vento, che é il vento, come può essere il verde delle piante, come il polline. Un nemico che non dà preavviso, ma che arriva e determina rituali individuali autolesionisti in mezzo ad una collettività immobile da cui emergono i futuri suicidi con passo a ritroso. Le conseguenze di questa premesse concretizzate nella regia del film sono due: visivamente il momento di follia auto-massacratoria è molto attraente, e si nota il gusto e la dimestichezza di Shyamalan nel riproporre l’inquietudine attraverso gesti insoliti che spezzano improvvisamente la normalità; seconda conseguenza, l’assenza di un nemico visibile ha il potere di portare la paura al di fuori dello schermo, alla prima vista di una pianta fuori dalla sala. Non importa in fondo molto che non si spieghi davvero cosa succeda al mondo (seppure un abbozzo di teoria c’è) né che non ci sia un finale (proprio come non c’era nell’immenso capolavoro di Hitchcock), né che i buoni non trionfino.

Ciò che rende dunque il film un buon film è la sua extra-schermalità, cioè il suo innestare dentro gli spettatori la paura per un elemento che ci circonda ogni giorno e in più in una cornice di preoccupazione globale proprio riferita ai mutamenti climatici con conseguente riassetto della natura a scapito dell’uomo (non a caso il film è uscito in questo periodo), e che sia (macabramente) affascinante rimanere con l’ansia appesa ad un filo che non si allenta mai, per ogni gesto, ogni attesa delusa e poi soddisfatta, ogni luogo, ogni personaggio (chi sono i cattivi e chi i buoni?).

Questo è merito dell’idea di base e della regia. Dunque, per me è un buon film.

Piccola nota sui dialoghi: non so se sia colpa di una strana traduzione (ne dubito), ma escono fuori ogni tanto delle frasi senza troppo senso, legate ad una sorta di oniricità stile Alice nel paese delle meraviglie, che a volte ti fanno dubitare di stare vedendo la rappresentazione di una realtà probabile o di un sogno, o meglio un incubo. Ma in fondo, il film è sempre un sogno, e come tale più vero di questo mio scrivere sul blog.

Parliamogli con amore, alle piante.


Wall•E

sabato, giugno 28, 2008

Nel 2700 la Terra è ormai un immensa pattumiera (mai così vero già ora), e la razza umana migra in una stazione spaziale. A ripulire il pianeta rimangono solo dei robot spazzatori, che per un errore di programmazione si disattivano. Tranne uno. Che forse non è solo programmato per pulire…

Wall•E è un nuovo cartone animato (sembra ormai riduttivo chiamarli così, i sempre più evoluti film d’animazione hanno poco a che spartire con i vecchi disegni animati delle principesse e dei baci magici, suppure i migliori riescono a mantenere quell’atmosfera da fiaba che ci faceva sognare da bambini, senza affondarla dentro la computer grafica), una nuova favola che si preannuncia teneramente meravigliosa.

La firma la Disney-Pixar, e già gli occhioni del robottino formato E.T. ti catturano da subito, togliendoti il dubbio se andare a vederlo o meno. Wall•E sta per “Waste Allocation Load Lifter Earth-Class, cioè Sollevatore terrestre di carichi di rifiuti”, ed è previsto in Italia per Ottobre 2008.

Ecco il trailer


Perché bisogna (non) guardare Gomorra

venerdì, giugno 27, 2008

Ieri finalmente sono riuscito a vederlo, il film che ha inorgoglito il panorama cinematografico italiano, vincitore del Grand Prix e del premio Arcobaleno Latino al 61simo festival di Cannes, regia di Matteo Garrone.

Prima impressione, di getto: brividi di terrore. 

Non trattandosi di fantasie orrorifiche stile Nightmare qui il terrore è quello della morte, che per mano di creature umane ti scarica addosso un caricatore durante una tranquilla lampada, o perché sei la madre di uno che ha cambiato lato di appartenenza gruppale. La vita che, veramente, scorre via come acqua sporca dallo scarico della doccia. La vita che puoi perdere senza avere il tempo di chiudere gli occhi per cercare di trattenerla. La vita che io qui vivo tranquillo tra i pensieri di una giornata di lavoro storta e di un mutuo che vorrei permettermi e che poco più a sud altri ragazzi vivono nella sopravvivenza ottenuta da un’azione criminale in più o in meno, e perduta istantaneamente a causa di un gioco mal fatto, di un gesto mal posto, di un tono mal detto. Non puoi vivere se non rispetti le regole. Non puoi vivere se rispetti le regole. Non puoi vivere solo per te. Non puoi vivere solo per altri. In effetti, non puoi vivere. Intorno a te brucia tutto, terra, corpi, sangue, rifiuti. Inutile quasi sopravvivere, in questa condizione ultraterrena: vince il più forte, vince il più temuto, vince il più inflessibile procuratore di punizioni, vince chi non si fa mettere i piedi in testa, e per farlo stacca teste, vince chi si inculca così tanto nei tessuti dei bambini da fargli desiderare di diventare come i fratelloni (“o sei con noi o contro di noi, non esiste altra possibilità”), vince chi non pensa alla vita ma a togliere il potere agli altri, a qualunque prezzo. Vince chi perde ogni umanità, ogni rispetto, ogni riflessione.

E’ talmente massacrante vederti di fronte un documentario (perché di film NON si tratta, e non credo sia giusto reclamizzarlo come tale), un documentario che ti faccia entrare così densamente dentro i dialoghi (sottotitolati dal napoletano stretto) e le azioni di quelle persone di cui alcuni di noi leggono solo sui giornali, lontani come lettere stampate su carta moscia. E’ così massacrante doverti di colpo convincere che cosa accade oltra la tua via di residenza borghese, che la disperazione ti prende e non ti lascia per un po’. Vorresti fare di più, vorresti combattere davanti a tutti contro questa INGIUSTIZIA infinita, vorresti proteggere chi ami, vorresti scrivere a Presidenti e Ministri e chiedere di inviare l’esercito lì dove accade che due ragazzetti giocano a Scarface perché sparare nelle palle a qualcuno “me fa ‘mpazzì”, e si ritrovano con il cranio spappolato in riva al mare.

Vorresti, e poi in fondo ringrazi di abitare qui, lontano da quell’orrore, perché tu probabilmente non ce la faresti, non resisteresti.

Come Gomorra, il mondo dovrebbe essere spazzato via tanto empi sono i suoi abitanti.

 


A Notting Hill nessuno va più

venerdì, giugno 27, 2008

Di recente ho visto “Un amore di testimone”, film lanciato molto più per la presenza di Patrick Dempsey, che da Grey’s Anatomy si trova sparatissimo nel panorama delle commedie hollywoodiane (tanto che ormai, come ogni artista curioso desidera fare, desidera spostare il suo range interpretativo verso il thriller, e comunque fuori dal bravo uomo da commedia). Unico motivo per guardarlo? Per le donne: Patrick; per gli uomini: Michelle Monaghan, bellissima ragazza dalla carriera sorridente, e a breve esplodente. Per il resto il film è trasparente. Solito ritmo, solite battute, solito stile, solite scene, solito finale. E i due protagonisti sono…soliti.

Ad ogni nuova commedia che guardo mi ritorna in mente sempre la stessa considerazione, da quasi dieci anni: nessuna nuova commedia americana supera per sincero rispetto ed equilibrio Notting Hill che, appunto, l’anno prossimo compie dieci anni. Ci si è avvicinata un po’ di più delle altre Scrivimi una canzone, pur rimanendo distante alquanto dal film di Roger Mitchell. Guarda caso in entrambi c’è Hugh Grant.

Perché credo tutto ciò: perché Notting Hill ha dei personaggi che funzionano bene per contrasto (primo tra tutti quello tra l’attrice megagalattica Anna Scott ed il piccolo libraio William Thacker), e interpretati con grazia (vocabolo chiave in una commedia, e forse parlando di recitazione in generale), non estremizzati, non con inutili e strane movenze da commedia americana, ma onesti verso chi guarda. Pensiamo al co-inquilino mutandaro, alla sorella dagli occhi a palla, agli amici sfigati, al collega di libreria: se li avete in mente, vi sembrano esagerati, fuori posto, vi sembrano dei cliché? Io dico di no, eppure alcuni di essi potrebbero facilmente diventarlo, d’altronde lo stile e la struttura della commedia sono sempre quelli: amore difficile, perdita, ritrovo, ri-perdita, situazioni imbarazzanti, personaggi clowneschi.

Notting Hill è: una buona regia, una colonna sonora perfetta guidata da quella When you say nothing at all di Ronan Keating che contiene i fiori della dolce atmosfera di sognante innamoramento (vedi scena nel parco, la sera, preceduta dal geniale “perdindirindina” che William tira fuori come un anacronistico bambino di fine ‘800), il paesaggio affascinante di alcuni scorci di Londra, dialoghi mai banali, situazioni di comicità legate con veridicità ai paradossali personaggi che, proprio per la coerenza di intenti situazione/personaggio, diventano verosimili. 

Perché ormai tutto il senso di una commedia cinematografica è quello di far emergere qualche nuovo attore, e fare qualche soldo con il sicuro pubblico del sabato sera, in cerca di emozioni è di distrazione invece che di onestà artistico-sentimentale?

Risposta: perché al pubblico va bene così. Perché il pubblico ormai non vuole più entrare in un film e perdersi nel suo universo ben costruito e coerente, ma solo uscire dalla realtà di tutti i giorni. Come ciò accada, e dove si va a finire in quell’altrove filmico, non ha più importanza. Ci ricordiamo qual’era il senso della prima proiezione al Grand Café des Capucines di Parigi, in quel 28 dicembre 1895? Il puro e semplicemente grande desiderio di guardare una magia, il movimento su una parete. Non interessava ancora la storia, quello sarebbe stato il passo successivo dopo l’abitudine alla meraviglia della proiezione.

Ora però tutto ciò non c’è più. Il pubblico si è abituato a tutto e basta che gli si dà qualcosa da fare. D’altronde, due ore dentro una sala sono due ore in meno fuori a cercare di fare qualcosa.


Le uscite della settimana

venerdì, giugno 27, 2008

Eccole. Oggi al cinema escono:

Un’estate al mare

Sette storie di mare, con voce narrante/collante e gag. Voto previsto: 4

12 (12 razgnevannyh muzhchin)

Il numero del titolo rappresenta i giurati che devono decidere della sorte di un adolescente accusato dell’omicidio del patrigno. Rivisitazione di ‘La parola ai giurati’ di Sidney Lumet . Voto previsto: 7 e 1/2.

La notte non aspetta (Street Kings)

Un poliziotto in crisi dopo la morte della moglie viene accusato della morte di un collega. Lui va contro tutto e tutti. Voto previsto: 5

Gucha

Versione serba di Romeo e Giulietta. Lei figlia del più grande trombettista serbo si innamora di un giovane trombettista della banda rivale del padre. Se il ragazzo batterà il padre alla tromba durante il Gucha Festival potrà ottenerne la mano. Voto previsto: 7.

Impy e il mistero dell’isola magica

Sull’isola di Tikiwu compare un misterioso uovo che, schiudendosi, porta alla vita il piccolo dinosauro Impy. L’isola viene minacciata dall’arrivo di un cattivo Re che vuole catturare Impy. Voto previsto: 6 e 1/2 

Italian dream

Antonio viene perseguitato da Raniero, un ricchissimo uomo che gli annuncia che lo ucciderà. L’iniziale assurdità si tramuta in un concreto pericolo all’incalzare di Raniero. Voto previsto: 7

Rovine (The Ruins )

Un gruppo di amici turisti in Messico trova qualcosa di terribile tra le rovine. Voto previsto: 4.

 


Il Curioso Caso di Benjamin Button

giovedì, giugno 26, 2008

Un attore che adoro, Brad Pitt, pur non essendo ne gay né donna, ma che ammiro per intelligenza e bravura, oltre alla dote della bellezza che, in quanto sollievo per gli occhi, non ha sesso;

un regista che adoro, il David Fincher che ci ha regalato due esempi di ottimo cinema, Seven e Fight Club, guarda caso entrambi con il Brad Jolie che immagino anche lui adori;

entrambi di nuovo insieme, per un a dir poco insolito e curioso film.

Il Curioso Caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button), da un racconto breve di F. Scott Fitzgerald del 1922 ed in uscita negli States il 19 Dicembre 2008, racconta di un bambino che nasce con l’aspetto di un ottantenne e che ringiovanisce con il tempo. Brad è il protagonista, e ringiovanendo lo rivediamo ai tempi di Thelma&Louise, ragazzo e poi di nuovo bimbo, quando la sua età anagrafica è quella del suo aspetto appena nato. Durante la (de)crescita si trova a raggiungere un equilibrio con la donna che ama, ma che è destinato immaginiamo ad una non buona fine visto che mentre lei invecchia lui ritorna giovane. Insomma, una trama curiosa e che personalmente mi stuzzica molto (richiamando il recente Un’altra giovinezza (Youth Without Youth) di Francis Ford Coppola, in cui il bravo Tim Roth, anziano colpito da un fulmine, ringiovanisce – ve lo consiglio se vi interessate un po’ di filosofia e metafisica).

E poi, su tutte le motivazioni di trama e originalità, di nuovo la coppia Fincher – Pitt. Io non chiedo di meglio, visto che le due sopracitate opere filmiche dei due mi hanno cambiato il punto di vista sulla vita (salvo poi riprendere il mio nei momenti di sfiducia, ché tendo al depresso).

Di seguito il trailer di Il Curioso Caso di Benjamin Button:

Noi Italiani aspettiamo, anche che in Italia qualcuno possa smettere di fare film sulla mafia o sugli adolescenti imberbi e dementi: un po’ di sana fantasia non esiste più? Ah no, dimenticavo…poi il David chi te lo dà se non ci ficchi qualche tematica socio-umanitaria.