Quando vuoi vedere un bel film…

giovedì, gennaio 13, 2011

..è la volta buona che non ci riesci. Stavolta parlo de “La bellezza del Somaro”. Vuole essere profondo, vuole farti sbellicare con battute che solo perché dette da bravi attori non ti irritano fino all’inverosimile, ma solo un po’. Storia surreale, intenzione di veicolare così i temi della noia, dell’evasione da un vita che non senti viva, del bisogno di attenzione, dell’incomunicabilità, della follia (ma chi è veramente pazzo) etc etc… Tutto ciò è stato raccontato meglio da molte altre pellicole, con poesie diverse che non richiedono un asino, un biberon, un quadro di vagina, un pitone e un non-attore-santone-vecchione. Non arriva nulla di particolare, e se arriva è scivolato sulla mia pelle come olio su acqua.

E allora American Beauty, e Il grande freddo, e Juno? Non lo so. Dicono che fa sbellicare dalle risate, pure.

Ci penserò sopra un secondo in più… no, l’esplosione di Castellitto riassumente la frustrazione del piccolo uomo accannato e il bisogno della piccola Lolita di ricevere uno schiaffo non hanno salvato minimamente il mio disagio nel vedere una pellicola che vorremme mandarmi disagio e non ci riesce.

Spero in Woody Allen.


Questa è la domanda

venerdì, maggio 1, 2009

Per chi non crede più che l’Italia possa realizzare film diversi dalla storia di mafia, dalla commedia che della comicità italiana di un tempo non ha più neanche i titoli di coda, o dal drammone socio/adolescenziale con attoroni che se la tirano tanto da rompere la pellicola; per tutti coloro che hanno voglia di dire “ah, finalmente, un film ben fatto”, è uscito nelle sale Questione di cuore, di Francesca Archibugi (Mignon è partita, Il grande comcomero, L’albero delle pere, Lezioni di piano).

Attori principali: Kim Rossi Stuart, Antonio Albanese e Micaela Ramazzotti. Prima, più viscerale impressione: gli attori sono bravissimi, e con questo non intendo che sanno piangere ma che, semplicemente, quando dicono “ciao, come stai?” non distingui se stanno recitando o se parlano con un loro amico e sono ripresi di nascosto. La storia è commovente ( tratta da un romanzo di Umberto Contarello, Una questione di cuore) insegna ed è raccontata più per gesti e sguardi (ecco che l’attore diventa il Protagonista nel senso più puro) che per dialoghi, dunque si avvicina all’ontologia del cinema sempre più dimenticata o corrotta da un uso eccessivo della parola.

La magia è proprio qui, che non servono poi così tante battute per far ridere o tante belle parole per far piangere.

Tutto viene affidato alla visione delle reazioni dei personaggi alle emozioni, viene affidato ai loro ricordi, all’immaginazione che noi, spettatori onnivori, siamo nel privilegio di vedere (guardatevi la scena in cui Kim dice a Antonio “ecco, mo’ mi sa che hai capito”, ti tocca lì dove troppo poco le emozioni riesco ad arrivare, e contate quante parole si sono detti!), ai piccoli simboli quotidiani di due realtà opposte che si incrociano con rispetto sempre maggiore. Ecco perché il film non stufa, non annoia, fa ridere e poi ti vela gli occhi; in una parola, ecco perché funziona, perché rispetta il mezzo che racconta la storia: l’immagine. E questo lo può fare solo con una ammirevole intesa tra regista e attori.

Kim Rossi Stuart versione romana de’ Roma è magnifico.

Antonio Albanese è vero come una corsa per strada di notte.

Micaela Ramazzotti si avvicina alle nostre Signore Loren, Lollobridiga, Magnani.

Giudizio stretto: da vedere. Puoi pensare di prenderlo in dvd a non più di 9,90€


Gran Clint

mercoledì, aprile 29, 2009

Lui è uno dei nomi che rimangono scolpiti nella memoria di tutti, con il cappello e lo sguardo di ghiaccio.

Da qualche anno è ormai un vegliardo che mantiene il fascino di tempo fa ancora intatto, e dunque la sua fisicità lo rende il perfetto stilema dell’attore: immortale. Lui lo sa e dunque spesso, oltre a dirigere, dirige sé stesso.

Delle sue qualità immagino che nessuno, addetto ai lavori o meno, possa dire qualcosa di negativo. Può non piacere, certo, ma la qualità trasuda, è innegabile.

Nel nuovo film prima bisogna sapere che Gran Torino è un’auto del 1972 della Ford, fabbrica presso cui l’anziano protagonista ha lavorato per tutta una vita, spezzata dalla parentesi rossa della Guerra di Corea. Il signore è un burbero (magnifici i grugniti con cui commenta le situazioni immeritevoli di giudizio intorno a lui), solitario ed isolato dalla famiglia opportunista, che vive in un quartieraccio quasi del tutto riempito da stranieri. In particolare, accanto alla sua villetta a schiera una famiglia Hmong, etnia asiatica della Cina, lo disturba per la semplice, sporca presenza, le abitudini ed il chiasso. Suo enorme malgrado, però, l’avvicinamento ad un ragazzo della famiglia, e poi a sua sorella, lo costringe a rivivere, e dunque a fare i conti, con il suo passato di combattente, in quella guerra che lo ha spezzato come una marionetta, costringendolo a ricoprirsi di una patina di odio e misantropia per mantenere insieme i pezzi. Quando cade la patina, i pezzi sono liberi di sciogliersi in una catarsi meritata. E quei “musi gialli” diventano gli amici che da anni non esistono più.

Come non troppo di rado mi capita di assistere, una trama semplice che attraversa un percorso chiaro si avvicina alla poesia che, sempre, dovrebbe veicolare il cinema. Questo accade però solo se la regia è sapiente e se chi guarda il film prima di noi dentro la sua testa sa esattamente come dosare le emozioni. Questo è mestiere e sensibilità. Che poi il tema del pregiudizio animoso ed animato che lascia il posto alla comprensione e alla scoperta di essere più vicini di quanto si pensi, che questo sia un tema stra-descritto, fa sempre piacere vederlo raccontato come si deve.

Giudizio stretto: da vedere, anche se non da dvd, per non riuscire ad accendere emozioni violente (in senso ampio, leggi che rimangono dentro per giorni e giorni, non la semplice violenza dei pugni e dei lividi) dentro chi guarda.


Latte e valzer

venerdì, gennaio 30, 2009

Il mio cine-venerdì: spero che possa continuare sempre, per ora posso permettermi di passare un pomeriggio intero al cinema, a vedere due film di quelli a cui non mi accompagna nessuno, e per i quali sono in effetti contento che non mi accompagni nessuno. Si va da solo, si pensa da solo, si assiste da solo al miracolo che ad ogni pellicola mi cattura, mi lucida l’anima, e mi fa sentire vivo. Parlo del cinema, della scrittura di luce, delle immagini che rimangono su una retina addormentata  dai grigi spettacoli della metropoli compulsiva.

Una settimana fa ho visto Milk, di Gus Van Sant, e Valzer con Bashir, di Ari Folman. E sono felicissimo di averlo fatto.

Il primo racconta la carriera e l’uccisione di Harvey Milk, il primo gay dichiarato ad entrare in politica, interpretato (neanche lo dico magnificamente, ormai è assodato) da Sean Penn. E’ ironicamente atroce vedere quanto sia cambiato nel panorama mondiale verso le cosiddette “minoranze” e quanto invece, sentendo parlare i trucidi schifosi ai bar di Roma, o qualche triste mentecatto di periferia o del centro “bene”, tanto è uguale, si ascoltino ancora pensieri riassumibili in “meglio morto che gay”. Detto ciò fa sempre bene vedere un bel cast, un’ottima qualità recitativa, ed un pezzo di storia che a volte viene fuori solo con pellicole celebrative di cui si ringraziano sempre gli ottimi sceneggiatori americani (lo so ce l’ho sempre contro il nostrano ma non riesco a ricordare tanta bella scrittura cinematografica italiana). Era un periodo, quello degli anni ’70, di cui spesso, pur con la piena consapevolezza che visto il mio carattere sarei stato schiacciato dagli aventi (ma in fondo non si sa mai cosa può tirare fuori un contesto così movimentato), di cui spesso ho nostalgia. E non ero ancora nato!

Valzer con bashir si schiera dalla parte delle meravigliose tecniche d’animazione recenti che possono tirare fuori dalla realtà, colorandola in maniera diversa, tutto un nuovo senso, e dunque una nuova poesia. Quando vi accorgete che cosa richiama il titolo verrebbe veramente voglia di gridare quanta bellezza si sia ancora in grado di riassumere, anche prendendo la guerra come contesto. Se avete un poco prsente il Richard Linklater di Waking Life capite di cosa parlo. E’ come essere cullati da un nuovo modo di vedere il mondo. E poi, anche qui, è un ottimo modo di andarsi a ripassare un po’ di storia (veramente, più che ripassare: studiare, visto che non conoscevo nulla del massacro di Sabra e Shatila, durante la guerra del Libano del 1982). Vorrei rivederlo. Bello davvero. Perché bello? Perché insieme via da tristezza, lucidità agli occhi, crudeltà, meraviglia nel raccontarla, nozioni storiche, nozioni cinematografiche. Volete altro? Spero di no.

A proposito della storia del film, così la ripasso mentre la scrivo: nel 1982 il presidente libanese Bashir Gemayel viene ucciso, e le milizie cristiano-libanesi, costituite essenzialmente dai Falangisti ed alleate di Israele, massacrano per vendetta uomini, donne e bambini dei campi profughi beirutini di Sabra e Shatila. Questo è il nocciolo della storia che il regista Ari Folman, anch’esso parte della storia animata, cerca di ricordare attraverso interviste ad ex commilitoni, fino a tirare fuori dalla sua amnesia la tragica partecipazione a quella strage, in cui i militari israeliani, di guardia ai campi profughi, non intervennero.

Potenza del cinema, bellezza del guardare, desiderio di ricordare (sapere).

p.s. oggi altro cine-venerdì, poi vi dico…


autori e Autori

martedì, gennaio 13, 2009

Dunque, il 30.11.08 ho visto “Solo un padre”, il 23.12.08 (quasi un mese dopo, come sono caduto in basso dai bei tempi in cui vedevo tre film a settimana!!) ho visto “Come un uragano”, e non ne avevo parlato su questo spazio di pensiero , dunque non avevo riflettuto molto su di essi, ché il blog è proprio per me l’occasione di fermarmi e riflettere.

In effetti c’è poco da dire: “Come un uragano” ripropone la coppia Gere-Lane ed è un drammone sulla ritrovata voglia di innamorarsi di un chirurgo con un brutto errore alle spalle ed un’artista con un ex-marito che vorrebbe tornare da lei pur avendola tradita. Insieme si amano e poi pianti…di già visto c’è quasi tutto, e comunque c’è da dire che, come sempre, i prodotti americani di questo tipo sono proprio ben confezionati. Perché? E’ semplicissimo: in America i film di solito ripropongono una struttura consolidata da decenni, con regole e tempi precisi e oliati alla perfezione, dove la figura dell'”Autore” che sa tutto non esiste, ma esiste l’industria che sforna belle pellicole con cast, fotografia, paesaggi e qualità recitative altissimi. Ad avercene, dico io.

“Solo un padre” invece mi è proprio piaciuto: Argentero è bravo, cioè ti dimentichi di vederlo recitare, e regge tutto il film, le lacrime ci sono ma non si cade mai nel patetico, pur sfiorandolo, la sincerità sembra colorare timidamente la pellicola, ma almeno c’è, e questa storia di padre è tenera al punto giusto. Perché? Credo che, vicino alla struttura americana, in questo film il regista Luca Lucini sottometta le manie di grandezza degli Autori italiani alla voglia di calibrare bene un prodotto che potrebbe venire tranquillamente una ciofeca al pari delle altre prove italiane in generale. Guarda caso qui non ha infilato Scamarcio; che abbiano sciolto l’obbligo contrattuale?

Se i nostri pomposi Autori ricordassero di essere “solo registi” e non Dei forse avremmo molti più “solo bei film” piuttosto che “solo pallosi testamenti d’Artista”. Non che in America non ci siano questi begli omoni dalla barba lunga e dall’Ego infinito, ma lo spazio che hanno è più ai margini di un sistema che, se vuole fare soldi, deve smetterla di darne milioni a chi guarda la vita in modo criptico ed anacronistico. Poi, per carità, se questa visione rende al botteghino, allora è giusto che si facciano questi film. Ma se non va non va, è inutile coprire il denaro male investito con la scritta “questo film è stato riconosciuto interesse culturale”

E vabbè, mi sono rifatto con il nostro muccino in America e con Danny Boyle in India, fra poco vi dico…


Come hai detto che si ama?

venerdì, novembre 7, 2008

Io ho dei pregiudizi. Come tutti. E godo quando il pregiudizio viene confermato dal giudizio, successivo, dunque ponderato. Qualcuno dice che è brutto giudicare. Non ho mai capito che vuol dire questa affermazione. Chi non giudica non pensa, chi non pensa è di là nel mio salone, si chiama “pianta”.

Il mio pregiudizio è che i film italiani fanno mediamente pena. Un altro mio pregiudizio è che i figli d’arte spesso si sentono infusi del presunto talento del padre e via a tirare fuori oggetti artistici di dubbio gusto. Già in Italia siamo pieni di Autori (mica con la “a” minuscola, che sei matto?), che fanno i film perché sono osannati da una comunità di presunti cervelli, ma la maggior parte non li capisci. Poi ci metti il figlio di un autore senza dubbio di alta qualità (perché di tempo ne è passato e soprattutto l’autore è morto, quindi si può smettere di leccargli il…narcisismo), e un contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per il Cinema (mica perché ti chiami Tognazzi però, che sei matto? Ah no, aspetta, nel film per tre minuti si vedono dei quadri). Metti questi due elementi ed esce L’uomo che ama.

Ok è un film dove a soffrire come un cane è l’uomo, il maschio, l’eroe dei film, e dovrebbe essere insolito il punto di vista (come se fosse il primo film a mostrarlo, geniale!)

Ok è un film con degli attori davvero bravi (a giudizio mio, ché non sono una pianta)

Ok ci sono i tagli di luce che fa molto Caravaggio e fa molto: “però bella la fotografia!”

Ok c’è la Bellucci nuda (ché in nessun film lo è)

Ok che c’è la Comencini che non si batte ad incompetenza

Ok, ma la domanda ultima dopo che vedi il film, quella proprio che ti esce dal cuore rosso di amore per il cinema, è: qual’è il senso di questo film, che ce lo hai fatto vedere a fare? Perché?



Vicky Cristina Barcelona (Juan Antonio e Maria Elena)

sabato, ottobre 25, 2008

Che piacere godersi il nuovo (da match point in poi) Woody Allen. Perché è libero, perché è sapientemente disinibito, perché osserva e pare ridersela mentre tentiamo di dargli del genio per questa e per quella scelta cinematografica. Questo è un film sull’amore, no un momento, sul non-amore, o sull’amore vero, sul tradimento, sull’erotismo, sul fascino. Dopo tutto, è un film che ti fa ridere per i tempi e per il paradosso delle situazioni (se riflettiamo così poco da capire che in fondo non c’è nulla di estremo, se la vita vera lo è); è un film che ti fa piangere se vai oltre e vedi come siamo ridotti noi flaccidi occidentali in lacoste ed iphone; è un film che è giusto così definire tragicomico, che è da sorseggiare come un’orzata d’estate, che probabilmente non ha nulla da insegnare visto che sappiamo tutti cosa c’è di male nello sposare un omino bellino ed educatamente convenzionale. Vicky Cristina Barcelona potrebbero essere i vertici di un triangolo che diventa quadrilatero, rimanendo triangolo (vicky e maria elena si passano il vertice), e che ci ricorda senza troppa speranza che tutti noi abbiamo bisogno di vivere, perché che a sopravvivere possono pensarci le tartarughe che devono arrivare fino al mare. Ma una volta ricordato, ahimè, Woody sa che ritorneremo alla nostra automobile incasellata nel traffico, e hai voglia a dire che tutti noi vorremmo in fondo morire di passione per javier e morire per mano di penelope. Molti di noi rimarranno sempre qui.

Detto ciò, è inutile dire che ottima scelta di attori e che ottima colonna sonora, in effetti Woody genio lo è. Ma non ditemi che non vi piace perché anni fa avete visto un pezzettino di Manhattan e lui balbettava troppo. Andate a vedere il nuovo scatenato Woody, e mi direte…un momento, se cercate la storia con colpi di scena ed un finale con morale e senso compiuto altrimenti poi non capite che senso ha raccontarla, cambiate sala.  Non sia mai che non dormite per l’incompletezza di una pellicola nel marasma di non-sense delle nostre azioni quotidiane…

nota: potrebbe funzionare l’approccio diretto di Juan Antonio? In fondo si dice sempre che l’ipocrisia si infila in ogni contesto.


Wall•E for president e Bruciate dopo aver letto

domenica, ottobre 19, 2008

Eccoci qui, a godermi il ragionamento che vi riporto su due film che ho visto nei due giorni passati: Wall•E e Burn after reading. Due parole solo su quest’ultimo, ché in realtà non ci sono particolari note sensazionalistiche da scrivere; è un film dei Coen, per chi li conosce (Fargo, Fratello dove sei, Non è un paese per vecchi, ma soprattutto, l’immensamente geniale Il Grande Lebowski) e dunque vi deve piacere il genere dei fratelli. Genere “paraculo”, anche se infinitamente più sottile del Santa Maradona nostrano, ammiccante, con storie che sono sempre non-storie, che ti portano fino ad un certo punto e poi ti ci lasciano senza dirti nulla, e se non capisci in tempo che devi seguirli tra le righe definisci il film una zozzeria. Ecco il genere. Dunque, se vi piace crogiolarvi in una presa in giro intelligente della spy-story con delitto, ve lo godrete; se invece volete passare una piacevole serta senza pensare a nulla, non vi piacerà, come non vi piacerà il ruolo da imbecilli dei due belli protagonisti. Io sapevo cosa andavo a vedere e non sono rimasto deluso. Ho ridacchiato, i miei occhi sono stati contornati dalle rughette piacevoli del medesimo ridacchiare, e mi sono goduto l’oretta e mezza. Punto.

Ma non vedo l’ora di parlarMi del capolavoro dell’anno probabilmente (dunque…fatemi pensare cosa ho visto di bello nel 2008…si, è probabilmente il miglior film, Across the universe l’ho visto a Novembre 2007). Arrivati a questo punto della tecnologia digitale è inutile parlare del “come è reale”, del “ma come hanno fatto”, del “ma guarda cosa sono arrivati a fare con il computer” etc…; Wall•E è poesia. E poi film. Piccola parentesi però: questo è il primo film dove davvero, per una frazione di secondo, ho creduto di stare vedendo un robot in ferro e cingolato ripreso da vera pellicola, e non una riproduzione, anche perché i movimenti della macchina da presa virtuale simulano le imperfezioni e le sbavature di messa a fuoco della macchina da presa reale.

Cosa fa grande questo film: la tenerezza del personaggio la ritroviamo in tutti i film disney in fondo, ma Wall•E è diverso, perché, forse merito del contrasto umano-robotico, ha una serenità che circonda la tenerezza che riesce ancora di più ad entrarti dentro; ti sembra un bambino ma anche un uomo. Il tutto in mezzo ad un pianeta terra completamente deserto e sommerso dai rifiuti, dunque un futuro verso cui sappiamo tutti di andare incontro, e senza rimedio a meno che non schiattano tutti gli uomini al potere del cosiddetto mondo occidentale (ahi ahi, che tragedia, davveeeeero). Un robot umano lasciato lì da quegli umani che hanno distrutto la loro casa, e che pazientemente riassetta, comprime, incasella. Ma si sente solo, ed ha diritto o no anche lui alla sua Eva, chissà che non risistemano tutto ricominciando da capo. Che vuol dire poesia in un film, vuol dire che questo ti parla molto di più di quanto te stesso riesci a fare, e molto meglio di professori e documentari, perché la poesia è vero che è in ogni cosa, ma la devi cercare, cercare bene a volte, e sempre più spesso, e poi la mostri. Ma ci deve essere qualcuno che poi la comprende, altrimenti rimane una noia, perché nel film non si parla quasi mai (e ricordiamoci che il Cinema è nato muto). E invece la poesia è nel magazzino così preciso di Wall•E, nello stesso nome Wall•E pronunciato da lui stesso (uso il pronome personale perché non è una cosa, ma è l’uomo che ogni uomo dovrebbe essere in parte), in un verde in mezzo al marrone, in un insetto a cui basta il suo amico, in uno stare in piedi dopo centinaia di anni di pigrizia (dai che non ci arriveremo prima di 700 anni, visto che ormai si va a fare la spesa a cento metri da casa con il suv e si fa lo squillo invece di citofonare per scendere), in uno scatafascio che un cartone animato colora solo in modo diverso ma che è già di fronte a noi.

Spero solo che prendersi per mano ritorni ad essere lo scopo di una vita. In fondo lo dicevano anche i Beatles, e non ditemi che sono solo scarafaggi, come non ditemi che Wall•E è solo un cartone animato.


Miracolo a Sant’Anna

domenica, ottobre 12, 2008

Come al solito anche per temi e aneddoti di sensibilità italiana è sempre l’America a fare da maestra.

Il 12 Agosto del 1944 a Sant’Anna, frazione del comune di Stazzema (LU), 560 innocenti, la maggior parte donne bambini ed anziani, vennero orrendamente uccisi da quattro reparti delle SS tedesche. Gli uomini del paese erano fuggiti nei boschi sapendo che civili inermi non sarebbero stati toccati ed invece la follia tedesca fu impietosa e tremenda. I corpi vennero poi bruciati. La Procura Militare di La Spezia condanna nel 2005 dieci ex SS colpevoli dell’eccidio, confermando che l’episodio è da inquadrare nell’ambito dell’atto terroristico, premeditato e senza l’intenzione di rappresaglia per le azioni partigiane, che in quel luogo erano state minime, essendo anche Sant’anna una “zona bianca”, cioè adatta per accogliere gli sfollati (vedi Wikipedia).

All’inizio del film basato su questo evento, che ho avuto il piacere e l’onore di vedere, Spike Lee inserisce un breve messaggio che distingue la storia, basata sul romanzo omonimo di James McBride, come ispirata agli eventi storici ma innestata di elementi fittizi aggiungendo che, come stabilito dal Tribunale Militare, il movente dell’eccidio è da considerarsi nella sola volontà nazista di sterminare la popolazione, senza riferimenti ad azioni partigiane particolari che nel film vengono suggerite. Detto questo, l’ANPI (Assoziazione Nazionale Partigiani d’ Italia) ha comunicato che il film è del tutto valido in quanto occasione di riportare alla memoria momenti dell’Italia patriottica e storica.

Questa breve precisazione per inquadrare il film che vi consiglio assolutamente, Miracolo a Sant’anna di Spike Lee. La storia è focalizzata sulle azioni di un gruppo di soldati afroamericani della 92ª divisione Buffalo che combatterono lungo la linea gotica. Non vi racconto la trama, è una cosa che odio e non credo che serva a nulla per farsi un’idea di un film come di un romanzo. Quello che vi racconto è l’atmosfera e le sensazioni che sono arrivate a me. Entri nella guerra: d’accordo ci sono decine di film che ti portano dentro un conflitto, ed ormai siamo abituati ad un realismo che ti frusta. Qui non è da meno, e questo è il primo punto a favore, perché se è vero che di battaglie ne abbiamo viste tante è anche vero che è sempre un’emozione forte vederne una ricostruzione, perché ti insegna sempre qualcosa; inoltre, fatto ancora più importante secondo me, è che la guerra in questione è la “nostra” seconda guerra mondiale, nella nostra Italia, nella nostra Toscana, vicino a dove facciamo i picnic a goderci il meraviglioso paesaggio che ci invidia il mondo. Noi giovani di questa generazione sappiamo troppo poco, troppo troppo poco del nostro passato recente, delle sofferenze dei nostri nonni, di bambini che potrebbero essere quasi nostri figli che imbracciano un fucile morendo per un ideale o semplicemente per sopravvivere o vendicare. Sappiamo poco e poco ci interessa, perché a noi per fortuna non è toccata quella sorte, e siamo sempre in tempo a piangere due lacrime dietro un bel film sull’olocausto o a dire “certo che tempi”, o scuotere la testa di fronte ad un ennesimo racconto di ex partigiani, o delle nostre bis-nonne che si sono viste strappare il figlio dalle braccia.

Non so voi ma io ogni volta che mi trovo di fronte all’esigenza di dover rintracciare un ricordo collettivo del nostro essere italiani, o un libro che ho letto, o un racconto ascoltato, mi vergogno sempre un po’ di essere come sono, di preoccuparmi perché la benzina sale, perché non posso comprarmi una macchinetta fotogafica da 400€, del lavoro, della difficoltà, di ogni difficoltà…che a paragone di altre sono palline in un mare di merda. Mi vergogno e vorrei essere stato lì per non essere così poco attento alle vere esigenze, per non credere di non meritarmi questo benessere, per cercare di scacciarmi di dosso questa indifferenza, per capire di più cosa vuol dire vivere. Solo che dopo essermi vergognato e dopo qualche riflessione in silenzio fuori dal cinema ricomincio tutto, e senza arrivare al consumismo penso di cosa posso sfondarmi la sera a cena. Vorrei essere stato lì, facile a dirsi. In realtà so che sarei morto in poche settimane. O forse no? Non lo so, perché è solo nelle difficoltà vere che la vera forza scappa via dall’involucro di una pelle incremata. Vorrei essere stato lì. Ma che dici, stai zitto che è meglio.

Quando ci sono film del genere, del nostro genere italiano, e di fattura squisitamente americana, io ringrazio il regista e la distribuzione, ringrazio gli attori, la troupe e infine, come sempre, come farò per sempre, ringrazio il Cinema, che mi dà la possibilità di continuare a vergorgnarmi, che altrimenti me ne dimentico.


Un giorno che di perfetto ha solo la marchetta

sabato, settembre 13, 2008

Neanche vorrei spenderci parole e tempo, ma velocemente vorrei commentare lo schifo dell’operazione commerciale e, in quanto tale, marchettara ( dal De Mauro : estens., scherz., lavoro non particolarmente impegnativo che ci si accolla per compiacere qcn. o per ricavarne un minimo guadagno) che estendo ad inglobare una vergognosa e risaputa tendenza a ficcare nomi altisonanti in film dove di tragico c’è solo l’idea di voler shockare con la crudeltà umana declinata nell’agire più comune, come se ci volesse un Ozpetek per ricordarcelo, non bastano i giornali e la voglia di girare gli occhi di fronte all’orrore di ogni quotidiano giornale.

Prendi un regista che si trascina un nome per passate glorie, prendi attori che vogliono rinvigorire il loro prestigio lavorandoci insieme, prendi un’autrice che ha vinto un premio Strega per un altro libro, e prendi che in Italia i registi non sia mai siano cantastorie, ma elevatissimi artisti ed autori dalle elevatissime e troppo abili indagini sull’uomo. Prendi tutto questo e capisci che tutti i soldi che hanno sborsato per produrre questo vergognoso ed irrispettoso film sono serviti solo ad alimentare le autorevolezze di qualche attore conosciuto (bravo, per carità) e a far crescere il nome di qualche sconosciuto giovincello che fa questo mestiere perché amico di chissà chi (faccia da pesce e accetto da borgataro senza alcuna sfumatura – un cestino dell’immondizia con la bocca).

E poi senti quella che ti dice alla fine del film: “ma beh…si si, certo, mi è piaciuto, beh ma Ozpetek è così, perché non lo conosce?”. Bah, veramente io conoscevo un regista discreto nel raccontare storia di dolori omosessuali ed amori difficili, non uno che, come ho sentito dire ad una ragazza in fila ad un altro spettacolo “racconta tutta una tragedia: no, no, io non ci vado più a vedere un suo film, è tutto un dolore di qua e di là, e non se ne può più”. Parole sagge signora mia, sagge come chi va al cinema per perdersi in una storia, e non per rimpiagere di esserci entrato e voler scappare via dopo i primi dieci minuti.

Però continuano a dire che Mastandrea è bravo…beh, certo ora che ha fatto un film col Maestro è passato di livello.