Quando vuoi vedere un bel film…

giovedì, gennaio 13, 2011

..è la volta buona che non ci riesci. Stavolta parlo de “La bellezza del Somaro”. Vuole essere profondo, vuole farti sbellicare con battute che solo perché dette da bravi attori non ti irritano fino all’inverosimile, ma solo un po’. Storia surreale, intenzione di veicolare così i temi della noia, dell’evasione da un vita che non senti viva, del bisogno di attenzione, dell’incomunicabilità, della follia (ma chi è veramente pazzo) etc etc… Tutto ciò è stato raccontato meglio da molte altre pellicole, con poesie diverse che non richiedono un asino, un biberon, un quadro di vagina, un pitone e un non-attore-santone-vecchione. Non arriva nulla di particolare, e se arriva è scivolato sulla mia pelle come olio su acqua.

E allora American Beauty, e Il grande freddo, e Juno? Non lo so. Dicono che fa sbellicare dalle risate, pure.

Ci penserò sopra un secondo in più… no, l’esplosione di Castellitto riassumente la frustrazione del piccolo uomo accannato e il bisogno della piccola Lolita di ricevere uno schiaffo non hanno salvato minimamente il mio disagio nel vedere una pellicola che vorremme mandarmi disagio e non ci riesce.

Spero in Woody Allen.

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Questa è la domanda

venerdì, maggio 1, 2009

Per chi non crede più che l’Italia possa realizzare film diversi dalla storia di mafia, dalla commedia che della comicità italiana di un tempo non ha più neanche i titoli di coda, o dal drammone socio/adolescenziale con attoroni che se la tirano tanto da rompere la pellicola; per tutti coloro che hanno voglia di dire “ah, finalmente, un film ben fatto”, è uscito nelle sale Questione di cuore, di Francesca Archibugi (Mignon è partita, Il grande comcomero, L’albero delle pere, Lezioni di piano).

Attori principali: Kim Rossi Stuart, Antonio Albanese e Micaela Ramazzotti. Prima, più viscerale impressione: gli attori sono bravissimi, e con questo non intendo che sanno piangere ma che, semplicemente, quando dicono “ciao, come stai?” non distingui se stanno recitando o se parlano con un loro amico e sono ripresi di nascosto. La storia è commovente ( tratta da un romanzo di Umberto Contarello, Una questione di cuore) insegna ed è raccontata più per gesti e sguardi (ecco che l’attore diventa il Protagonista nel senso più puro) che per dialoghi, dunque si avvicina all’ontologia del cinema sempre più dimenticata o corrotta da un uso eccessivo della parola.

La magia è proprio qui, che non servono poi così tante battute per far ridere o tante belle parole per far piangere.

Tutto viene affidato alla visione delle reazioni dei personaggi alle emozioni, viene affidato ai loro ricordi, all’immaginazione che noi, spettatori onnivori, siamo nel privilegio di vedere (guardatevi la scena in cui Kim dice a Antonio “ecco, mo’ mi sa che hai capito”, ti tocca lì dove troppo poco le emozioni riesco ad arrivare, e contate quante parole si sono detti!), ai piccoli simboli quotidiani di due realtà opposte che si incrociano con rispetto sempre maggiore. Ecco perché il film non stufa, non annoia, fa ridere e poi ti vela gli occhi; in una parola, ecco perché funziona, perché rispetta il mezzo che racconta la storia: l’immagine. E questo lo può fare solo con una ammirevole intesa tra regista e attori.

Kim Rossi Stuart versione romana de’ Roma è magnifico.

Antonio Albanese è vero come una corsa per strada di notte.

Micaela Ramazzotti si avvicina alle nostre Signore Loren, Lollobridiga, Magnani.

Giudizio stretto: da vedere. Puoi pensare di prenderlo in dvd a non più di 9,90€


Gran Clint

mercoledì, aprile 29, 2009

Lui è uno dei nomi che rimangono scolpiti nella memoria di tutti, con il cappello e lo sguardo di ghiaccio.

Da qualche anno è ormai un vegliardo che mantiene il fascino di tempo fa ancora intatto, e dunque la sua fisicità lo rende il perfetto stilema dell’attore: immortale. Lui lo sa e dunque spesso, oltre a dirigere, dirige sé stesso.

Delle sue qualità immagino che nessuno, addetto ai lavori o meno, possa dire qualcosa di negativo. Può non piacere, certo, ma la qualità trasuda, è innegabile.

Nel nuovo film prima bisogna sapere che Gran Torino è un’auto del 1972 della Ford, fabbrica presso cui l’anziano protagonista ha lavorato per tutta una vita, spezzata dalla parentesi rossa della Guerra di Corea. Il signore è un burbero (magnifici i grugniti con cui commenta le situazioni immeritevoli di giudizio intorno a lui), solitario ed isolato dalla famiglia opportunista, che vive in un quartieraccio quasi del tutto riempito da stranieri. In particolare, accanto alla sua villetta a schiera una famiglia Hmong, etnia asiatica della Cina, lo disturba per la semplice, sporca presenza, le abitudini ed il chiasso. Suo enorme malgrado, però, l’avvicinamento ad un ragazzo della famiglia, e poi a sua sorella, lo costringe a rivivere, e dunque a fare i conti, con il suo passato di combattente, in quella guerra che lo ha spezzato come una marionetta, costringendolo a ricoprirsi di una patina di odio e misantropia per mantenere insieme i pezzi. Quando cade la patina, i pezzi sono liberi di sciogliersi in una catarsi meritata. E quei “musi gialli” diventano gli amici che da anni non esistono più.

Come non troppo di rado mi capita di assistere, una trama semplice che attraversa un percorso chiaro si avvicina alla poesia che, sempre, dovrebbe veicolare il cinema. Questo accade però solo se la regia è sapiente e se chi guarda il film prima di noi dentro la sua testa sa esattamente come dosare le emozioni. Questo è mestiere e sensibilità. Che poi il tema del pregiudizio animoso ed animato che lascia il posto alla comprensione e alla scoperta di essere più vicini di quanto si pensi, che questo sia un tema stra-descritto, fa sempre piacere vederlo raccontato come si deve.

Giudizio stretto: da vedere, anche se non da dvd, per non riuscire ad accendere emozioni violente (in senso ampio, leggi che rimangono dentro per giorni e giorni, non la semplice violenza dei pugni e dei lividi) dentro chi guarda.


Latte e valzer

venerdì, gennaio 30, 2009

Il mio cine-venerdì: spero che possa continuare sempre, per ora posso permettermi di passare un pomeriggio intero al cinema, a vedere due film di quelli a cui non mi accompagna nessuno, e per i quali sono in effetti contento che non mi accompagni nessuno. Si va da solo, si pensa da solo, si assiste da solo al miracolo che ad ogni pellicola mi cattura, mi lucida l’anima, e mi fa sentire vivo. Parlo del cinema, della scrittura di luce, delle immagini che rimangono su una retina addormentata  dai grigi spettacoli della metropoli compulsiva.

Una settimana fa ho visto Milk, di Gus Van Sant, e Valzer con Bashir, di Ari Folman. E sono felicissimo di averlo fatto.

Il primo racconta la carriera e l’uccisione di Harvey Milk, il primo gay dichiarato ad entrare in politica, interpretato (neanche lo dico magnificamente, ormai è assodato) da Sean Penn. E’ ironicamente atroce vedere quanto sia cambiato nel panorama mondiale verso le cosiddette “minoranze” e quanto invece, sentendo parlare i trucidi schifosi ai bar di Roma, o qualche triste mentecatto di periferia o del centro “bene”, tanto è uguale, si ascoltino ancora pensieri riassumibili in “meglio morto che gay”. Detto ciò fa sempre bene vedere un bel cast, un’ottima qualità recitativa, ed un pezzo di storia che a volte viene fuori solo con pellicole celebrative di cui si ringraziano sempre gli ottimi sceneggiatori americani (lo so ce l’ho sempre contro il nostrano ma non riesco a ricordare tanta bella scrittura cinematografica italiana). Era un periodo, quello degli anni ’70, di cui spesso, pur con la piena consapevolezza che visto il mio carattere sarei stato schiacciato dagli aventi (ma in fondo non si sa mai cosa può tirare fuori un contesto così movimentato), di cui spesso ho nostalgia. E non ero ancora nato!

Valzer con bashir si schiera dalla parte delle meravigliose tecniche d’animazione recenti che possono tirare fuori dalla realtà, colorandola in maniera diversa, tutto un nuovo senso, e dunque una nuova poesia. Quando vi accorgete che cosa richiama il titolo verrebbe veramente voglia di gridare quanta bellezza si sia ancora in grado di riassumere, anche prendendo la guerra come contesto. Se avete un poco prsente il Richard Linklater di Waking Life capite di cosa parlo. E’ come essere cullati da un nuovo modo di vedere il mondo. E poi, anche qui, è un ottimo modo di andarsi a ripassare un po’ di storia (veramente, più che ripassare: studiare, visto che non conoscevo nulla del massacro di Sabra e Shatila, durante la guerra del Libano del 1982). Vorrei rivederlo. Bello davvero. Perché bello? Perché insieme via da tristezza, lucidità agli occhi, crudeltà, meraviglia nel raccontarla, nozioni storiche, nozioni cinematografiche. Volete altro? Spero di no.

A proposito della storia del film, così la ripasso mentre la scrivo: nel 1982 il presidente libanese Bashir Gemayel viene ucciso, e le milizie cristiano-libanesi, costituite essenzialmente dai Falangisti ed alleate di Israele, massacrano per vendetta uomini, donne e bambini dei campi profughi beirutini di Sabra e Shatila. Questo è il nocciolo della storia che il regista Ari Folman, anch’esso parte della storia animata, cerca di ricordare attraverso interviste ad ex commilitoni, fino a tirare fuori dalla sua amnesia la tragica partecipazione a quella strage, in cui i militari israeliani, di guardia ai campi profughi, non intervennero.

Potenza del cinema, bellezza del guardare, desiderio di ricordare (sapere).

p.s. oggi altro cine-venerdì, poi vi dico…


autori e Autori

martedì, gennaio 13, 2009

Dunque, il 30.11.08 ho visto “Solo un padre”, il 23.12.08 (quasi un mese dopo, come sono caduto in basso dai bei tempi in cui vedevo tre film a settimana!!) ho visto “Come un uragano”, e non ne avevo parlato su questo spazio di pensiero , dunque non avevo riflettuto molto su di essi, ché il blog è proprio per me l’occasione di fermarmi e riflettere.

In effetti c’è poco da dire: “Come un uragano” ripropone la coppia Gere-Lane ed è un drammone sulla ritrovata voglia di innamorarsi di un chirurgo con un brutto errore alle spalle ed un’artista con un ex-marito che vorrebbe tornare da lei pur avendola tradita. Insieme si amano e poi pianti…di già visto c’è quasi tutto, e comunque c’è da dire che, come sempre, i prodotti americani di questo tipo sono proprio ben confezionati. Perché? E’ semplicissimo: in America i film di solito ripropongono una struttura consolidata da decenni, con regole e tempi precisi e oliati alla perfezione, dove la figura dell'”Autore” che sa tutto non esiste, ma esiste l’industria che sforna belle pellicole con cast, fotografia, paesaggi e qualità recitative altissimi. Ad avercene, dico io.

“Solo un padre” invece mi è proprio piaciuto: Argentero è bravo, cioè ti dimentichi di vederlo recitare, e regge tutto il film, le lacrime ci sono ma non si cade mai nel patetico, pur sfiorandolo, la sincerità sembra colorare timidamente la pellicola, ma almeno c’è, e questa storia di padre è tenera al punto giusto. Perché? Credo che, vicino alla struttura americana, in questo film il regista Luca Lucini sottometta le manie di grandezza degli Autori italiani alla voglia di calibrare bene un prodotto che potrebbe venire tranquillamente una ciofeca al pari delle altre prove italiane in generale. Guarda caso qui non ha infilato Scamarcio; che abbiano sciolto l’obbligo contrattuale?

Se i nostri pomposi Autori ricordassero di essere “solo registi” e non Dei forse avremmo molti più “solo bei film” piuttosto che “solo pallosi testamenti d’Artista”. Non che in America non ci siano questi begli omoni dalla barba lunga e dall’Ego infinito, ma lo spazio che hanno è più ai margini di un sistema che, se vuole fare soldi, deve smetterla di darne milioni a chi guarda la vita in modo criptico ed anacronistico. Poi, per carità, se questa visione rende al botteghino, allora è giusto che si facciano questi film. Ma se non va non va, è inutile coprire il denaro male investito con la scritta “questo film è stato riconosciuto interesse culturale”

E vabbè, mi sono rifatto con il nostro muccino in America e con Danny Boyle in India, fra poco vi dico…


Come hai detto che si ama?

venerdì, novembre 7, 2008

Io ho dei pregiudizi. Come tutti. E godo quando il pregiudizio viene confermato dal giudizio, successivo, dunque ponderato. Qualcuno dice che è brutto giudicare. Non ho mai capito che vuol dire questa affermazione. Chi non giudica non pensa, chi non pensa è di là nel mio salone, si chiama “pianta”.

Il mio pregiudizio è che i film italiani fanno mediamente pena. Un altro mio pregiudizio è che i figli d’arte spesso si sentono infusi del presunto talento del padre e via a tirare fuori oggetti artistici di dubbio gusto. Già in Italia siamo pieni di Autori (mica con la “a” minuscola, che sei matto?), che fanno i film perché sono osannati da una comunità di presunti cervelli, ma la maggior parte non li capisci. Poi ci metti il figlio di un autore senza dubbio di alta qualità (perché di tempo ne è passato e soprattutto l’autore è morto, quindi si può smettere di leccargli il…narcisismo), e un contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per il Cinema (mica perché ti chiami Tognazzi però, che sei matto? Ah no, aspetta, nel film per tre minuti si vedono dei quadri). Metti questi due elementi ed esce L’uomo che ama.

Ok è un film dove a soffrire come un cane è l’uomo, il maschio, l’eroe dei film, e dovrebbe essere insolito il punto di vista (come se fosse il primo film a mostrarlo, geniale!)

Ok è un film con degli attori davvero bravi (a giudizio mio, ché non sono una pianta)

Ok ci sono i tagli di luce che fa molto Caravaggio e fa molto: “però bella la fotografia!”

Ok c’è la Bellucci nuda (ché in nessun film lo è)

Ok che c’è la Comencini che non si batte ad incompetenza

Ok, ma la domanda ultima dopo che vedi il film, quella proprio che ti esce dal cuore rosso di amore per il cinema, è: qual’è il senso di questo film, che ce lo hai fatto vedere a fare? Perché?



Vicky Cristina Barcelona (Juan Antonio e Maria Elena)

sabato, ottobre 25, 2008

Che piacere godersi il nuovo (da match point in poi) Woody Allen. Perché è libero, perché è sapientemente disinibito, perché osserva e pare ridersela mentre tentiamo di dargli del genio per questa e per quella scelta cinematografica. Questo è un film sull’amore, no un momento, sul non-amore, o sull’amore vero, sul tradimento, sull’erotismo, sul fascino. Dopo tutto, è un film che ti fa ridere per i tempi e per il paradosso delle situazioni (se riflettiamo così poco da capire che in fondo non c’è nulla di estremo, se la vita vera lo è); è un film che ti fa piangere se vai oltre e vedi come siamo ridotti noi flaccidi occidentali in lacoste ed iphone; è un film che è giusto così definire tragicomico, che è da sorseggiare come un’orzata d’estate, che probabilmente non ha nulla da insegnare visto che sappiamo tutti cosa c’è di male nello sposare un omino bellino ed educatamente convenzionale. Vicky Cristina Barcelona potrebbero essere i vertici di un triangolo che diventa quadrilatero, rimanendo triangolo (vicky e maria elena si passano il vertice), e che ci ricorda senza troppa speranza che tutti noi abbiamo bisogno di vivere, perché che a sopravvivere possono pensarci le tartarughe che devono arrivare fino al mare. Ma una volta ricordato, ahimè, Woody sa che ritorneremo alla nostra automobile incasellata nel traffico, e hai voglia a dire che tutti noi vorremmo in fondo morire di passione per javier e morire per mano di penelope. Molti di noi rimarranno sempre qui.

Detto ciò, è inutile dire che ottima scelta di attori e che ottima colonna sonora, in effetti Woody genio lo è. Ma non ditemi che non vi piace perché anni fa avete visto un pezzettino di Manhattan e lui balbettava troppo. Andate a vedere il nuovo scatenato Woody, e mi direte…un momento, se cercate la storia con colpi di scena ed un finale con morale e senso compiuto altrimenti poi non capite che senso ha raccontarla, cambiate sala.  Non sia mai che non dormite per l’incompletezza di una pellicola nel marasma di non-sense delle nostre azioni quotidiane…

nota: potrebbe funzionare l’approccio diretto di Juan Antonio? In fondo si dice sempre che l’ipocrisia si infila in ogni contesto.