Anime e soldi

Vi dicevo di The millionaire e di Sette anime, rispettivamente di Danny Boyle (Trainspotting, The beach) e del nostro Muccino che, giustamente, è andato in America per essere un po’ più apprezzato anche se, così facendo, mi sembra si sia dovuto piegare alle leggi dell’Industria americana, così diversa dalle pretese autoriali italiane, come dicevo un paio di post fa.

Dunque, The millionaire tocca una delle mie più viscerali sensazioni, quella che il mondo intorno a noi ci parli per indicarci una strada da seguire, che non è in effetti nel senso di Fato, come invece dichiaratamente sostiene il film, ma più un “hei, guarda che dovresti andare di qua” e se tu segui l’indicazione bene, altrimenti prima o poi ti accorgerai che hai fatto male (vedi La profezia di Celestino e L’Alchimista). Però il film mi tocca lo stesso, e mi elettrizza vedere come il mondo del povero ragazzino-cane degli slums indiani (traduco solo il titolo inglese),  viene completamente ribaltato da una serie di eventi concatenati e ripercorsi nel ricordo del ragazzo arrestato per sospetta truffa, fino ad arrivare alla domanda da 20 milioni di rupie, che è molto più di una vincita in denaro, piuttosto è il simbolo di un amore voluto fino quasi alla morte, e sullo sfondo il simbolo del riscatto delle migliaia di poveri che vincono moralmente con il ragazzo. Il ritmo, il sincero amore, l’emozione di scalare anche noi verso i milioni, la commozione di vedere a fine film la risposta alla domanda posta ad inizio film, solo per gli spettatori, e che ci regala la chiusura della cornice narrativa ed emozionale, il tutto in un India che siamo sempre abituati a vedere come balletti e musical della Bollywood sempre più quotata in Occidente (ed in effetti il balletto c’è, ma è fuori dalla cornice narrativa, come a dire che sono sempre Indiani, con le loro bellissime tradizioni), tutto ciò mi è garbato parecchio, ecco.

Sette anime invece è ciò che pensavo, un nuovo film di Will Smith che ha assoldato l’artigiano Muccino per ricreare la magica formula de La ricerca della felicità (che ho amato più di questo). Dunque della mano italiana di Muccino c’è poco, ma di quella magia è stata in effetti ricreata la sensazione che questi due uomini sappiano guardare bene dentro gli uomini comuni, gli anti-eroi di tutti i giorni, per donare alle loro vite la giusta e meravigliosa grandezza. Quella della vita semplice, di chi si scontra con la sopravvivenza, i sensi di colpa, la strada e la pioggia. A Will Smith nulla da dire, è bravissimo come sempre; a Muccino nulla da dire, il suo mestiere lo fa bene, e mi sembra proprio di vederlo a cogliere i movimenti, gli sguardi, i dettagli del grande attore con la sua macchina a mano, ed il sapiente scomparire per regalarci il piacere di una visione ravvicinata ma discretamente invadente.

Ottimi tutti e due, e meno male, avevo bisogno di ossigeno filmico.

A presto.

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