Latte e valzer

venerdì, gennaio 30, 2009

Il mio cine-venerdì: spero che possa continuare sempre, per ora posso permettermi di passare un pomeriggio intero al cinema, a vedere due film di quelli a cui non mi accompagna nessuno, e per i quali sono in effetti contento che non mi accompagni nessuno. Si va da solo, si pensa da solo, si assiste da solo al miracolo che ad ogni pellicola mi cattura, mi lucida l’anima, e mi fa sentire vivo. Parlo del cinema, della scrittura di luce, delle immagini che rimangono su una retina addormentata  dai grigi spettacoli della metropoli compulsiva.

Una settimana fa ho visto Milk, di Gus Van Sant, e Valzer con Bashir, di Ari Folman. E sono felicissimo di averlo fatto.

Il primo racconta la carriera e l’uccisione di Harvey Milk, il primo gay dichiarato ad entrare in politica, interpretato (neanche lo dico magnificamente, ormai è assodato) da Sean Penn. E’ ironicamente atroce vedere quanto sia cambiato nel panorama mondiale verso le cosiddette “minoranze” e quanto invece, sentendo parlare i trucidi schifosi ai bar di Roma, o qualche triste mentecatto di periferia o del centro “bene”, tanto è uguale, si ascoltino ancora pensieri riassumibili in “meglio morto che gay”. Detto ciò fa sempre bene vedere un bel cast, un’ottima qualità recitativa, ed un pezzo di storia che a volte viene fuori solo con pellicole celebrative di cui si ringraziano sempre gli ottimi sceneggiatori americani (lo so ce l’ho sempre contro il nostrano ma non riesco a ricordare tanta bella scrittura cinematografica italiana). Era un periodo, quello degli anni ’70, di cui spesso, pur con la piena consapevolezza che visto il mio carattere sarei stato schiacciato dagli aventi (ma in fondo non si sa mai cosa può tirare fuori un contesto così movimentato), di cui spesso ho nostalgia. E non ero ancora nato!

Valzer con bashir si schiera dalla parte delle meravigliose tecniche d’animazione recenti che possono tirare fuori dalla realtà, colorandola in maniera diversa, tutto un nuovo senso, e dunque una nuova poesia. Quando vi accorgete che cosa richiama il titolo verrebbe veramente voglia di gridare quanta bellezza si sia ancora in grado di riassumere, anche prendendo la guerra come contesto. Se avete un poco prsente il Richard Linklater di Waking Life capite di cosa parlo. E’ come essere cullati da un nuovo modo di vedere il mondo. E poi, anche qui, è un ottimo modo di andarsi a ripassare un po’ di storia (veramente, più che ripassare: studiare, visto che non conoscevo nulla del massacro di Sabra e Shatila, durante la guerra del Libano del 1982). Vorrei rivederlo. Bello davvero. Perché bello? Perché insieme via da tristezza, lucidità agli occhi, crudeltà, meraviglia nel raccontarla, nozioni storiche, nozioni cinematografiche. Volete altro? Spero di no.

A proposito della storia del film, così la ripasso mentre la scrivo: nel 1982 il presidente libanese Bashir Gemayel viene ucciso, e le milizie cristiano-libanesi, costituite essenzialmente dai Falangisti ed alleate di Israele, massacrano per vendetta uomini, donne e bambini dei campi profughi beirutini di Sabra e Shatila. Questo è il nocciolo della storia che il regista Ari Folman, anch’esso parte della storia animata, cerca di ricordare attraverso interviste ad ex commilitoni, fino a tirare fuori dalla sua amnesia la tragica partecipazione a quella strage, in cui i militari israeliani, di guardia ai campi profughi, non intervennero.

Potenza del cinema, bellezza del guardare, desiderio di ricordare (sapere).

p.s. oggi altro cine-venerdì, poi vi dico…

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domenica, gennaio 25, 2009

marmellataQuando non riesci a fare qualcosa, cambia punto di vista.


Anime e soldi

domenica, gennaio 25, 2009

Vi dicevo di The millionaire e di Sette anime, rispettivamente di Danny Boyle (Trainspotting, The beach) e del nostro Muccino che, giustamente, è andato in America per essere un po’ più apprezzato anche se, così facendo, mi sembra si sia dovuto piegare alle leggi dell’Industria americana, così diversa dalle pretese autoriali italiane, come dicevo un paio di post fa.

Dunque, The millionaire tocca una delle mie più viscerali sensazioni, quella che il mondo intorno a noi ci parli per indicarci una strada da seguire, che non è in effetti nel senso di Fato, come invece dichiaratamente sostiene il film, ma più un “hei, guarda che dovresti andare di qua” e se tu segui l’indicazione bene, altrimenti prima o poi ti accorgerai che hai fatto male (vedi La profezia di Celestino e L’Alchimista). Però il film mi tocca lo stesso, e mi elettrizza vedere come il mondo del povero ragazzino-cane degli slums indiani (traduco solo il titolo inglese),  viene completamente ribaltato da una serie di eventi concatenati e ripercorsi nel ricordo del ragazzo arrestato per sospetta truffa, fino ad arrivare alla domanda da 20 milioni di rupie, che è molto più di una vincita in denaro, piuttosto è il simbolo di un amore voluto fino quasi alla morte, e sullo sfondo il simbolo del riscatto delle migliaia di poveri che vincono moralmente con il ragazzo. Il ritmo, il sincero amore, l’emozione di scalare anche noi verso i milioni, la commozione di vedere a fine film la risposta alla domanda posta ad inizio film, solo per gli spettatori, e che ci regala la chiusura della cornice narrativa ed emozionale, il tutto in un India che siamo sempre abituati a vedere come balletti e musical della Bollywood sempre più quotata in Occidente (ed in effetti il balletto c’è, ma è fuori dalla cornice narrativa, come a dire che sono sempre Indiani, con le loro bellissime tradizioni), tutto ciò mi è garbato parecchio, ecco.

Sette anime invece è ciò che pensavo, un nuovo film di Will Smith che ha assoldato l’artigiano Muccino per ricreare la magica formula de La ricerca della felicità (che ho amato più di questo). Dunque della mano italiana di Muccino c’è poco, ma di quella magia è stata in effetti ricreata la sensazione che questi due uomini sappiano guardare bene dentro gli uomini comuni, gli anti-eroi di tutti i giorni, per donare alle loro vite la giusta e meravigliosa grandezza. Quella della vita semplice, di chi si scontra con la sopravvivenza, i sensi di colpa, la strada e la pioggia. A Will Smith nulla da dire, è bravissimo come sempre; a Muccino nulla da dire, il suo mestiere lo fa bene, e mi sembra proprio di vederlo a cogliere i movimenti, gli sguardi, i dettagli del grande attore con la sua macchina a mano, ed il sapiente scomparire per regalarci il piacere di una visione ravvicinata ma discretamente invadente.

Ottimi tutti e due, e meno male, avevo bisogno di ossigeno filmico.

A presto.


Genuta #29

mercoledì, gennaio 14, 2009

genuta logoAmici e fan, il mio romanzo on-line d’appendice è arrivato alla 29sima puntata.

In questa, Genuta e Garco hanno iniziato il loro viaggio verso la radura, e Genuta ricorda qualcosa su quel ragazzo misterioso che le ha presentato una verità opposta a quella di Ramon. L’Ilmud, nel frattempo, assume un senso sempre più preciso, mentre è la rabbia la vera, nuova guida di entrambi.

Date modo ai vostri occhi di leggerla, ve ne saranno grati.

Vi stimo


autori e Autori

martedì, gennaio 13, 2009

Dunque, il 30.11.08 ho visto “Solo un padre”, il 23.12.08 (quasi un mese dopo, come sono caduto in basso dai bei tempi in cui vedevo tre film a settimana!!) ho visto “Come un uragano”, e non ne avevo parlato su questo spazio di pensiero , dunque non avevo riflettuto molto su di essi, ché il blog è proprio per me l’occasione di fermarmi e riflettere.

In effetti c’è poco da dire: “Come un uragano” ripropone la coppia Gere-Lane ed è un drammone sulla ritrovata voglia di innamorarsi di un chirurgo con un brutto errore alle spalle ed un’artista con un ex-marito che vorrebbe tornare da lei pur avendola tradita. Insieme si amano e poi pianti…di già visto c’è quasi tutto, e comunque c’è da dire che, come sempre, i prodotti americani di questo tipo sono proprio ben confezionati. Perché? E’ semplicissimo: in America i film di solito ripropongono una struttura consolidata da decenni, con regole e tempi precisi e oliati alla perfezione, dove la figura dell'”Autore” che sa tutto non esiste, ma esiste l’industria che sforna belle pellicole con cast, fotografia, paesaggi e qualità recitative altissimi. Ad avercene, dico io.

“Solo un padre” invece mi è proprio piaciuto: Argentero è bravo, cioè ti dimentichi di vederlo recitare, e regge tutto il film, le lacrime ci sono ma non si cade mai nel patetico, pur sfiorandolo, la sincerità sembra colorare timidamente la pellicola, ma almeno c’è, e questa storia di padre è tenera al punto giusto. Perché? Credo che, vicino alla struttura americana, in questo film il regista Luca Lucini sottometta le manie di grandezza degli Autori italiani alla voglia di calibrare bene un prodotto che potrebbe venire tranquillamente una ciofeca al pari delle altre prove italiane in generale. Guarda caso qui non ha infilato Scamarcio; che abbiano sciolto l’obbligo contrattuale?

Se i nostri pomposi Autori ricordassero di essere “solo registi” e non Dei forse avremmo molti più “solo bei film” piuttosto che “solo pallosi testamenti d’Artista”. Non che in America non ci siano questi begli omoni dalla barba lunga e dall’Ego infinito, ma lo spazio che hanno è più ai margini di un sistema che, se vuole fare soldi, deve smetterla di darne milioni a chi guarda la vita in modo criptico ed anacronistico. Poi, per carità, se questa visione rende al botteghino, allora è giusto che si facciano questi film. Ma se non va non va, è inutile coprire il denaro male investito con la scritta “questo film è stato riconosciuto interesse culturale”

E vabbè, mi sono rifatto con il nostro muccino in America e con Danny Boyle in India, fra poco vi dico…


Genuta #28

martedì, gennaio 6, 2009

genuta logoLa nuova puntata continua la saga che appassiona decine di lettori in tutta Italia:

in questa puntata Garco spiega qualcosa del simbolo che contraddistingue tutto, mentre in Genuta continua a crescere il dubbio…

Guardatevi dentro quando potete,  non guardate più tv e pensate a qualcosa a cui pensate così poco da dimenticare di averlo dentro.

Vi stimo