Vicky Cristina Barcelona (Juan Antonio e Maria Elena)

sabato, ottobre 25, 2008

Che piacere godersi il nuovo (da match point in poi) Woody Allen. Perché è libero, perché è sapientemente disinibito, perché osserva e pare ridersela mentre tentiamo di dargli del genio per questa e per quella scelta cinematografica. Questo è un film sull’amore, no un momento, sul non-amore, o sull’amore vero, sul tradimento, sull’erotismo, sul fascino. Dopo tutto, è un film che ti fa ridere per i tempi e per il paradosso delle situazioni (se riflettiamo così poco da capire che in fondo non c’è nulla di estremo, se la vita vera lo è); è un film che ti fa piangere se vai oltre e vedi come siamo ridotti noi flaccidi occidentali in lacoste ed iphone; è un film che è giusto così definire tragicomico, che è da sorseggiare come un’orzata d’estate, che probabilmente non ha nulla da insegnare visto che sappiamo tutti cosa c’è di male nello sposare un omino bellino ed educatamente convenzionale. Vicky Cristina Barcelona potrebbero essere i vertici di un triangolo che diventa quadrilatero, rimanendo triangolo (vicky e maria elena si passano il vertice), e che ci ricorda senza troppa speranza che tutti noi abbiamo bisogno di vivere, perché che a sopravvivere possono pensarci le tartarughe che devono arrivare fino al mare. Ma una volta ricordato, ahimè, Woody sa che ritorneremo alla nostra automobile incasellata nel traffico, e hai voglia a dire che tutti noi vorremmo in fondo morire di passione per javier e morire per mano di penelope. Molti di noi rimarranno sempre qui.

Detto ciò, è inutile dire che ottima scelta di attori e che ottima colonna sonora, in effetti Woody genio lo è. Ma non ditemi che non vi piace perché anni fa avete visto un pezzettino di Manhattan e lui balbettava troppo. Andate a vedere il nuovo scatenato Woody, e mi direte…un momento, se cercate la storia con colpi di scena ed un finale con morale e senso compiuto altrimenti poi non capite che senso ha raccontarla, cambiate sala.  Non sia mai che non dormite per l’incompletezza di una pellicola nel marasma di non-sense delle nostre azioni quotidiane…

nota: potrebbe funzionare l’approccio diretto di Juan Antonio? In fondo si dice sempre che l’ipocrisia si infila in ogni contesto.

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Wall•E for president e Bruciate dopo aver letto

domenica, ottobre 19, 2008

Eccoci qui, a godermi il ragionamento che vi riporto su due film che ho visto nei due giorni passati: Wall•E e Burn after reading. Due parole solo su quest’ultimo, ché in realtà non ci sono particolari note sensazionalistiche da scrivere; è un film dei Coen, per chi li conosce (Fargo, Fratello dove sei, Non è un paese per vecchi, ma soprattutto, l’immensamente geniale Il Grande Lebowski) e dunque vi deve piacere il genere dei fratelli. Genere “paraculo”, anche se infinitamente più sottile del Santa Maradona nostrano, ammiccante, con storie che sono sempre non-storie, che ti portano fino ad un certo punto e poi ti ci lasciano senza dirti nulla, e se non capisci in tempo che devi seguirli tra le righe definisci il film una zozzeria. Ecco il genere. Dunque, se vi piace crogiolarvi in una presa in giro intelligente della spy-story con delitto, ve lo godrete; se invece volete passare una piacevole serta senza pensare a nulla, non vi piacerà, come non vi piacerà il ruolo da imbecilli dei due belli protagonisti. Io sapevo cosa andavo a vedere e non sono rimasto deluso. Ho ridacchiato, i miei occhi sono stati contornati dalle rughette piacevoli del medesimo ridacchiare, e mi sono goduto l’oretta e mezza. Punto.

Ma non vedo l’ora di parlarMi del capolavoro dell’anno probabilmente (dunque…fatemi pensare cosa ho visto di bello nel 2008…si, è probabilmente il miglior film, Across the universe l’ho visto a Novembre 2007). Arrivati a questo punto della tecnologia digitale è inutile parlare del “come è reale”, del “ma come hanno fatto”, del “ma guarda cosa sono arrivati a fare con il computer” etc…; Wall•E è poesia. E poi film. Piccola parentesi però: questo è il primo film dove davvero, per una frazione di secondo, ho creduto di stare vedendo un robot in ferro e cingolato ripreso da vera pellicola, e non una riproduzione, anche perché i movimenti della macchina da presa virtuale simulano le imperfezioni e le sbavature di messa a fuoco della macchina da presa reale.

Cosa fa grande questo film: la tenerezza del personaggio la ritroviamo in tutti i film disney in fondo, ma Wall•E è diverso, perché, forse merito del contrasto umano-robotico, ha una serenità che circonda la tenerezza che riesce ancora di più ad entrarti dentro; ti sembra un bambino ma anche un uomo. Il tutto in mezzo ad un pianeta terra completamente deserto e sommerso dai rifiuti, dunque un futuro verso cui sappiamo tutti di andare incontro, e senza rimedio a meno che non schiattano tutti gli uomini al potere del cosiddetto mondo occidentale (ahi ahi, che tragedia, davveeeeero). Un robot umano lasciato lì da quegli umani che hanno distrutto la loro casa, e che pazientemente riassetta, comprime, incasella. Ma si sente solo, ed ha diritto o no anche lui alla sua Eva, chissà che non risistemano tutto ricominciando da capo. Che vuol dire poesia in un film, vuol dire che questo ti parla molto di più di quanto te stesso riesci a fare, e molto meglio di professori e documentari, perché la poesia è vero che è in ogni cosa, ma la devi cercare, cercare bene a volte, e sempre più spesso, e poi la mostri. Ma ci deve essere qualcuno che poi la comprende, altrimenti rimane una noia, perché nel film non si parla quasi mai (e ricordiamoci che il Cinema è nato muto). E invece la poesia è nel magazzino così preciso di Wall•E, nello stesso nome Wall•E pronunciato da lui stesso (uso il pronome personale perché non è una cosa, ma è l’uomo che ogni uomo dovrebbe essere in parte), in un verde in mezzo al marrone, in un insetto a cui basta il suo amico, in uno stare in piedi dopo centinaia di anni di pigrizia (dai che non ci arriveremo prima di 700 anni, visto che ormai si va a fare la spesa a cento metri da casa con il suv e si fa lo squillo invece di citofonare per scendere), in uno scatafascio che un cartone animato colora solo in modo diverso ma che è già di fronte a noi.

Spero solo che prendersi per mano ritorni ad essere lo scopo di una vita. In fondo lo dicevano anche i Beatles, e non ditemi che sono solo scarafaggi, come non ditemi che Wall•E è solo un cartone animato.


Miracolo a Sant’Anna

domenica, ottobre 12, 2008

Come al solito anche per temi e aneddoti di sensibilità italiana è sempre l’America a fare da maestra.

Il 12 Agosto del 1944 a Sant’Anna, frazione del comune di Stazzema (LU), 560 innocenti, la maggior parte donne bambini ed anziani, vennero orrendamente uccisi da quattro reparti delle SS tedesche. Gli uomini del paese erano fuggiti nei boschi sapendo che civili inermi non sarebbero stati toccati ed invece la follia tedesca fu impietosa e tremenda. I corpi vennero poi bruciati. La Procura Militare di La Spezia condanna nel 2005 dieci ex SS colpevoli dell’eccidio, confermando che l’episodio è da inquadrare nell’ambito dell’atto terroristico, premeditato e senza l’intenzione di rappresaglia per le azioni partigiane, che in quel luogo erano state minime, essendo anche Sant’anna una “zona bianca”, cioè adatta per accogliere gli sfollati (vedi Wikipedia).

All’inizio del film basato su questo evento, che ho avuto il piacere e l’onore di vedere, Spike Lee inserisce un breve messaggio che distingue la storia, basata sul romanzo omonimo di James McBride, come ispirata agli eventi storici ma innestata di elementi fittizi aggiungendo che, come stabilito dal Tribunale Militare, il movente dell’eccidio è da considerarsi nella sola volontà nazista di sterminare la popolazione, senza riferimenti ad azioni partigiane particolari che nel film vengono suggerite. Detto questo, l’ANPI (Assoziazione Nazionale Partigiani d’ Italia) ha comunicato che il film è del tutto valido in quanto occasione di riportare alla memoria momenti dell’Italia patriottica e storica.

Questa breve precisazione per inquadrare il film che vi consiglio assolutamente, Miracolo a Sant’anna di Spike Lee. La storia è focalizzata sulle azioni di un gruppo di soldati afroamericani della 92ª divisione Buffalo che combatterono lungo la linea gotica. Non vi racconto la trama, è una cosa che odio e non credo che serva a nulla per farsi un’idea di un film come di un romanzo. Quello che vi racconto è l’atmosfera e le sensazioni che sono arrivate a me. Entri nella guerra: d’accordo ci sono decine di film che ti portano dentro un conflitto, ed ormai siamo abituati ad un realismo che ti frusta. Qui non è da meno, e questo è il primo punto a favore, perché se è vero che di battaglie ne abbiamo viste tante è anche vero che è sempre un’emozione forte vederne una ricostruzione, perché ti insegna sempre qualcosa; inoltre, fatto ancora più importante secondo me, è che la guerra in questione è la “nostra” seconda guerra mondiale, nella nostra Italia, nella nostra Toscana, vicino a dove facciamo i picnic a goderci il meraviglioso paesaggio che ci invidia il mondo. Noi giovani di questa generazione sappiamo troppo poco, troppo troppo poco del nostro passato recente, delle sofferenze dei nostri nonni, di bambini che potrebbero essere quasi nostri figli che imbracciano un fucile morendo per un ideale o semplicemente per sopravvivere o vendicare. Sappiamo poco e poco ci interessa, perché a noi per fortuna non è toccata quella sorte, e siamo sempre in tempo a piangere due lacrime dietro un bel film sull’olocausto o a dire “certo che tempi”, o scuotere la testa di fronte ad un ennesimo racconto di ex partigiani, o delle nostre bis-nonne che si sono viste strappare il figlio dalle braccia.

Non so voi ma io ogni volta che mi trovo di fronte all’esigenza di dover rintracciare un ricordo collettivo del nostro essere italiani, o un libro che ho letto, o un racconto ascoltato, mi vergogno sempre un po’ di essere come sono, di preoccuparmi perché la benzina sale, perché non posso comprarmi una macchinetta fotogafica da 400€, del lavoro, della difficoltà, di ogni difficoltà…che a paragone di altre sono palline in un mare di merda. Mi vergogno e vorrei essere stato lì per non essere così poco attento alle vere esigenze, per non credere di non meritarmi questo benessere, per cercare di scacciarmi di dosso questa indifferenza, per capire di più cosa vuol dire vivere. Solo che dopo essermi vergognato e dopo qualche riflessione in silenzio fuori dal cinema ricomincio tutto, e senza arrivare al consumismo penso di cosa posso sfondarmi la sera a cena. Vorrei essere stato lì, facile a dirsi. In realtà so che sarei morto in poche settimane. O forse no? Non lo so, perché è solo nelle difficoltà vere che la vera forza scappa via dall’involucro di una pelle incremata. Vorrei essere stato lì. Ma che dici, stai zitto che è meglio.

Quando ci sono film del genere, del nostro genere italiano, e di fattura squisitamente americana, io ringrazio il regista e la distribuzione, ringrazio gli attori, la troupe e infine, come sempre, come farò per sempre, ringrazio il Cinema, che mi dà la possibilità di continuare a vergorgnarmi, che altrimenti me ne dimentico.


Restyling sito andreaorlando.name

sabato, ottobre 4, 2008

flusso canalizzatore

Amici e fan, vi annuncio con serena soddisfazione che il sito da cui questo blog pende, o viceversa, a seconda dei punti di vista, ha avuto un gradevole ridisegnamento. E’ più elagante ed ha una migliore visibilità.

Fatemi sapere che ve ne pare, e ricordate che da Martedì prossimo le puntate del romanzo d’appendice Genuta saranno pubblicate regolarmente ogni Martedì.

www.andreaorlando.name

Vi stimo!

Andrea


Genuta #14

sabato, ottobre 4, 2008

Prosegue il romanzo d’appendice intitolato Genuta: in questa puntata Ramon sta precipitando nel pozzo mentre accade qualcosa di incredibile.

Fatemi sapere che ne pensate. E ricordate: leggere allunga la vita.

Importante: da Martedì e per ogni Martedì pubblicherò regolarmente le puntate del romanzo Genuta, per rendere più facile la rimembranza delle precedenti. Occhio dunque al sito, che trovate sempre in alto a destra del blog.

A presto.

Andrea