Perché Rambo non è Rambo

Ci sono film che conosci alla perfezione, di cui ti sembra anche scontato andare a leggerti altro, di cui si è detto tutto, di cui ogni singola persona sul globo conosce il titolo, l’attore, la trama. Poi ci pensi meglio, e ti accorgi che tu non lo hai mai visto, o che se lo hai fatto eri talmente piccolo o talmente addormentato che è come se non lo avessi fatto. Si, ti ricordi una immagine, ma più perché fa parte dell’immaginario collettivo mondiale che della tua personale memoria visiva, nella sezione alimentata dalle tue proprie esperienze.

Così è stato per me, guardando ieri Rambo. Se ci pensiamo, di questo film del 1982 diretto da Ted Kotcheff e sceneggiato anche da Stallone (come è stato anche per Rocky, dove invece era l’unico sceneggiatore, grande SLY!), dicevo se ci pensiamo di questo film abbiamo sempre in mente la fascetta, lo sguardo da duro, il muscolo gonfio, ed il mitra. Poi sparatorie ed ammazzamenti.

Tempo fa leggevo da qualche parte che nel vocabolario esiste la parola Rambo. Sono andato a leggere sul sito di garzanti linguistica, ed ecco cosa esce:

s. m. persona atletica che ama esibire il proprio vigore fisico o si rende protagonista di azioni di forza spettacolari.

A parte il fatto, già da considerarsi eccezionale, di come il nome di un personaggio cine-letterario abbia talmente attraversato gli occhi e la mente di ogni paese tanto da diventare una voce da vocabolario, quindi veicolante un senso universale, condiviso, a parte questo dicevo, ciò mi ha fatto comprendere come il mito di Rambo si diventato per ognuno di noi qualcosa che si distanzia infinitamente dalla bellezza e dalla tristezza del film, tratto da un libro di David Morrell (a proposito, il titolo originale del film come del libro è First Blood).

Rambo non è un coatto, non è un esaltato, non è un muscolo impazzito. John Rambo è un povero essere completamente disadattato e disorientato che, come moltissimi suoi coetanei al ritorno della guerra del Vietnam, non sa più chi è e cosa può fare nella vita per sentirsi un essere umano, in una realtà che gli è così ostile da continuare a perpetrare verso di lui l’ingiustizia sociale che aveva subito ai massimi livelli in guerra. Della sua vecchia persona forse non c’è più nulla, e della nuova non-persona la gente ha paura e, come i Vietcong, attacca sentendosi minacciata. Il torto infinito qui però è che quella diversità è proprio la sua nazione ad averla provocata. La sua espressione è la violenza perché da anni usa solo quella, senza neanche parlare. La sua ottusità è causa di una gravissima privazione della sua libertà e del rispetto umano. Il suo occhio spento si accende solo al ricordo delle torture subite. I suoi muscoli sono solo uno strumento di guerra, di vita, non di esibizionismo, come da vocabolario.

Il mito di Rambo, dell’eroe senza paura, è stato completamente ribaltato, e la sua profonda forza, la sua triste bellezza, è quella di essere la vittima più umiliata dalla nostra storia recente, in rappresentanza dei milioni di ragazzi, da ogni parte del globo, che affrontano un assurdo schiacciamento della loro vitalità, della gioia, e della purezza. Rambo siamo noi quando non troviamo un lavoro e non abbiamo una strada, quando lo perdiamo e nessuno è disposto a riconoscersi come persone valide cui dare una nuova occasione per riassettarsi, quando ci fanno un torto e non riusciamo a rispondere se non a parolacce, quando non troviamo qualcosa per cui continuare la giornata, quando ci accorgiamo che quello che abbiamo intorno è fatto di carta velina.

Tutto ciò è Rambo, e sono felice di averlo finalmente visto bene, assaporato, assorbendo una tristezza che nei ’60/’70 aveva un sapore diverso, di Giungla e armi, ma che è sempre presente, in forme diverse.

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