facce parlanti con bocche silenti

Oggi ho letto un articolo su Repubblica, la testimonianza di uno dei tanti immigrati (o emigrati) che affollano le nostre città, che straripano di occasioni per cui è facile essere odiati, che ora sono pericolo, che ormai sono troppi, che non se ne può più, che neanche sappiamo più distinguere dal calderone di “immigrati clandestini”, a prescindere se siano Rom, Romeni, Marocchini, Polacchi, con o senza permesso di soggiorno, brave persone, delinquenti, padri, madri, onesti, vigliacchi. Tutti insieme sono loro, e noi qui a dargli addosso.

Si possono leggere tante testimonianze dell’esperienza mediamente devastante di ognuno di loro, ci si può documentare comprando a circa un euro una delle tante riviste associate alle varie testate, che spesso sembrano più un modo per dare lavoro a chi si proclama giornalista piuttosto che riempire degnamente un’esigenza di sapere, e sapere e sapere…ma sapere cosa che ormai tutto è in Rete e pochi leggono libri. E poi c’è Wikipedia.

Comunque, al di là di tutto, superate le troppo piatte teorie sociologiche del “noi” contro “loro” per rafforzare l’identità, la coesione, e trovare i capri espiatori del male che abbiamo dentro, a prescindere da tutto, dicevo della storia di questo immigrato.

Nulla di nuovo: guerra in Darfur, arruolato improvvisamente da un giorno all’altro, il suo villaggio distrutto, la famiglia dispersa, la fuga in Europa, in Italia, il barcone con un centimentro quadrato di aria, la pressa umana, l’arrivo drammatico, la speranza. Questo ragazzo, di nome Sidig Adam ora lavora, è “inserito” nel noi, e racconta spesso la sua storia per sensibilizzare. Inutile dire che per ogni “inserimento” ci sono cinquanta individui  che rimangono de-strutturati. Nulla di nuovo, e nulla di così tragico, per noi che come massimo pericolo nella giornata temiamo che il pc non parta più.

Io cerco di non ignorare i tanti volti stranierei che in una metropoli come Roma si avvicendano chiedendoti qualcosa o semplicemente vivendo la loro vita. So che molti di loro hanno una forza che io probabilmente non avrei, so che dovrei inchinarmi di fronte a tanto dolore, lontano da tutto e con l’odio che li fascia ad ogni ferita fisica o spirituale. Odio e non bende. Cerco, ma troppo spesso non riesco, mi dimentico, sono troppo nel noi, ho poco tempo da dedicargli (ma corro dietro al download day di Firefox 3).

Ogni faccia chissà cosa potrebbe raccontarmi se la osservassi bene, chissà quanto potrei imparare solo posando i miei occhi su quei visi che, con bocche mute, raccontano, raccontano, raccontano…

Sembra talmente reotrico parlarne. Eppure io tendo a dimenticarmelo che ci sono persone che meritano di essere enormemente rispettate, e che queste persone le riconosci a vista. Ricòrdàtelo, per favore (scegliete l’accento che preferite).

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