E’ venuto per me il giorno di vederlo: E venne il giorno, ottavo film del regista indiano M. Night Shyamalan, esploso con il fantastico Il Sesto Senso.
Ne avevo già parlato ma ora posso dire, con coscienza visiva oltre che pre-visiva, che la pellicola vale per atmosfera e spunto ideativo, ma non per costruzione narrativa e articolazione di messaggio. Il che non è necessariamente un difetto. Mi spiego: come l’insuperabile Gli uccelli di Hitchcock, qui il tema è la natura contro l’uomo, senza troppe spiegazioni sul perché o sul cosa fare, sul prima o sul dopo. La natura si stufa dell’uomo, la natura combatte l’uomo.
Shyamalan dice ciò portando lo spettatore a temere, come i protagonisti, di un nemico che non ha odore, né sapore, né colore, che viaggia con il vento, che é il vento, come può essere il verde delle piante, come il polline. Un nemico che non dà preavviso, ma che arriva e determina rituali individuali autolesionisti in mezzo ad una collettività immobile da cui emergono i futuri suicidi con passo a ritroso. Le conseguenze di questa premesse concretizzate nella regia del film sono due: visivamente il momento di follia auto-massacratoria è molto attraente, e si nota il gusto e la dimestichezza di Shyamalan nel riproporre l’inquietudine attraverso gesti insoliti che spezzano improvvisamente la normalità; seconda conseguenza, l’assenza di un nemico visibile ha il potere di portare la paura al di fuori dello schermo, alla prima vista di una pianta fuori dalla sala. Non importa in fondo molto che non si spieghi davvero cosa succeda al mondo (seppure un abbozzo di teoria c’è) né che non ci sia un finale (proprio come non c’era nell’immenso capolavoro di Hitchcock), né che i buoni non trionfino.
Ciò che rende dunque il film un buon film è la sua extra-schermalità, cioè il suo innestare dentro gli spettatori la paura per un elemento che ci circonda ogni giorno e in più in una cornice di preoccupazione globale proprio riferita ai mutamenti climatici con conseguente riassetto della natura a scapito dell’uomo (non a caso il film è uscito in questo periodo), e che sia (macabramente) affascinante rimanere con l’ansia appesa ad un filo che non si allenta mai, per ogni gesto, ogni attesa delusa e poi soddisfatta, ogni luogo, ogni personaggio (chi sono i cattivi e chi i buoni?).
Questo è merito dell’idea di base e della regia. Dunque, per me è un buon film.
Piccola nota sui dialoghi: non so se sia colpa di una strana traduzione (ne dubito), ma escono fuori ogni tanto delle frasi senza troppo senso, legate ad una sorta di oniricità stile Alice nel paese delle meraviglie, che a volte ti fanno dubitare di stare vedendo la rappresentazione di una realtà probabile o di un sogno, o meglio un incubo. Ma in fondo, il film è sempre un sogno, e come tale più vero di questo mio scrivere sul blog.
Parliamogli con amore, alle piante.
Pubblicato da unnuovosentire_Andrea
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Ieri finalmente sono riuscito a vederlo, il film che ha inorgoglito il panorama cinematografico italiano, vincitore del Grand Prix e del premio Arcobaleno Latino al 61simo festival di Cannes, regia di Matteo Garrone.
Di recente ho visto “Un amore di testimone”, film lanciato molto più per la presenza di Patrick Dempsey, che da Grey’s Anatomy si trova sparatissimo nel panorama delle commedie hollywoodiane (tanto che ormai, come ogni artista curioso desidera fare, desidera spostare il suo range interpretativo verso il thriller, e comunque fuori dal bravo uomo da commedia). Unico motivo per guardarlo? Per le donne: Patrick; per gli uomini: Michelle Monaghan, bellissima ragazza dalla carriera sorridente, e a breve esplodente. Per il resto il film è trasparente. Solito ritmo, solite battute, solito stile, solite scene, solito finale. E i due protagonisti sono…soliti.
Allora funziona così:
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