Mi devo ricordare che…

Martedì, Luglio 29, 2008

Ci sono alcune cose che proprio non riesco a memorizzare: non so se dipende da un rifiuto dell’argomento, che iinvece mi interessa moltissimo, o da una degenerante condizione mnemonica per cui più di un giorno non riesco a ricordarmi alcune cose che vorrei. In ogni caso, con l’argomento della Guerra nel Vietnam ciò è imbarazzante. Ogni volta che mi informo un poco per ricordarmi almeno quali sono gli schieramenti e in quale parte del Vietnam vanno collocati, senza pretendere troppo per date e nomi, non riesco mai a tenermi a mente l’informazione per almeno un mese. Dopo una settimana già sto girando Memento (chi ha visto il film capirà, chi non lo ha visto corra a vederlo). Dunque, ho deciso di ridurre in due righe almeno le condizioni di partenza della Guerra e gli schieramenti:

La Guerra di Indocina (1946-1954), in cui i Francesi combattono appoggiati dagli Stati Uniti per riprendersi la colonia in Indocina, finisce con la Conferenza di Ginevra (26 aprile - 21 luglio 1954) e con il dividere la zona in tre aeree: Laos, Cambogia e Vietnam.

Quest’ultimo viene diviso ulteriormente in due lungo il 17° parallelo:

- il Vietnam del Nord è sotto il controllo sovietico, ha capitale ad Hanoi ed ha una repubblica democratica guidata da Ho Chi Minh

- il Vietnam del Sud è sotto il controllo americano, ha capitale a Saigon ed è guidato da Ngo Dinh Diem.

Si sarebbero dovute tenere elezioni libere per unificare la nazione, ma né gli Usa né i due Vietnam firmarono l’accordo. Il FLN, Fronte di Liberazione Nazionale (Viet Cong) guida l’insurrezione contro il Sud americano. Gli Stati Uniti iniziano ad inviare “consiglieri” militari, l’Urss e la Repubblica Popolare Cinese si schierano con il Nord. Da qui parte tutto.

Porca miseria mi devo ricordare queste premesse, perché non posso ancora sentire parlare di Vietnam e non ricordarmi mai le basi.

Grazie dell’attenzione ;)


Genuta #9

Sabato, Luglio 26, 2008

La nuova puntata del mio romanzo d’appendice è on-line: si tratta della prima puntata inedita, il vecchio blog si era fermato a quella precedente.

Prosegue l’avventura di Genuta, imprigionata in una gabbia senza sbarre in un villaggio sperduto e adiacente ad un inquietante bosco. La ragazza è sordomuta e deve affrontare un costante senso di pericolo che dall’inizio del romanzo si concretizza in attacchi soprannaturali contro di lei. La comunità con cui viveva l’ha abbandonata a seguito di un evento misterioso che l’ha resa la vittima sacrificale di tutta la comunità. Sola e sempre attenta a non soccombere, ora Genuta è stata raggiunta dal suo amico d’infanzia Ramon, che forse sa qualcosa sul suo futuro, e sulla possibilità di combattere le forze che la minacciano. C’è un pozzo dietro la casa presso il quale Ramon deve adempiere ad un obbligo…

Per commenti c’è il blog e la mia mail (andrea@andreaorlando.name), come sempre il romanzo è pubblicato sul mio sito: www.andreaorlando.name, sezione scritti–>romanzo a puntate Genuta. Buon lettura!

andrea


Ci sono giorni…

Venerdì, Luglio 18, 2008

Ci sono giorni in cui non capisci se vivi o sopravvivi. In questi giorni è meglio concentrarsi, chinare la testa e farla macinare di pensieri. Anche una sola riga scritta nell’aria con un occhio volante può sollevare la tua condizione e renderti uomo.


Genuta #8

Venerdì, Luglio 18, 2008

Ed eccoci all’ultima puntata di quelle già edite del mio romanzo d’appendice Genuta.

Provate ad immaginare una ragazza sola, in un villaggio deserto, in lotta con qualcosa molto più grande di ognuno di noi e con un evento soprannaturale che, dodici anni prima, l’ha ridotta in fin di vita. Provate ad immaginare che questa ragazza, sopravvissuta ad un dolore sotto cui verrebbe schiacciato chiunque, abbia anche la forza di reagire al Male che le si è avventato contro.

Se ci state pensando, e vi stuzzica sapere cosa accade in quel villaggio:

www.andreaorlando.name –>scritti–>genuta

Spargete la voce, commentate, leggete.

DALLA PROSSIMA PUNTATA LA STORIA CONTINUA SU BINARI CHE NESSUNO HA MAI ANCORA LETTO!!

Vi stimo.

andrea


Perché Rambo non è Rambo

Domenica, Luglio 13, 2008

Ci sono film che conosci alla perfezione, di cui ti sembra anche scontato andare a leggerti altro, di cui si è detto tutto, di cui ogni singola persona sul globo conosce il titolo, l’attore, la trama. Poi ci pensi meglio, e ti accorgi che tu non lo hai mai visto, o che se lo hai fatto eri talmente piccolo o talmente addormentato che è come se non lo avessi fatto. Si, ti ricordi una immagine, ma più perché fa parte dell’immaginario collettivo mondiale che della tua personale memoria visiva, nella sezione alimentata dalle tue proprie esperienze.

Così è stato per me, guardando ieri Rambo. Se ci pensiamo, di questo film del 1982 diretto da Ted Kotcheff e sceneggiato anche da Stallone (come è stato anche per Rocky, dove invece era l’unico sceneggiatore, grande SLY!), dicevo se ci pensiamo di questo film abbiamo sempre in mente la fascetta, lo sguardo da duro, il muscolo gonfio, ed il mitra. Poi sparatorie ed ammazzamenti.

Tempo fa leggevo da qualche parte che nel vocabolario esiste la parola Rambo. Sono andato a leggere sul sito di garzanti linguistica, ed ecco cosa esce:

s. m. persona atletica che ama esibire il proprio vigore fisico o si rende protagonista di azioni di forza spettacolari.

A parte il fatto, già da considerarsi eccezionale, di come il nome di un personaggio cine-letterario abbia talmente attraversato gli occhi e la mente di ogni paese tanto da diventare una voce da vocabolario, quindi veicolante un senso universale, condiviso, a parte questo dicevo, ciò mi ha fatto comprendere come il mito di Rambo si diventato per ognuno di noi qualcosa che si distanzia infinitamente dalla bellezza e dalla tristezza del film, tratto da un libro di David Morrell (a proposito, il titolo originale del film come del libro è First Blood).

Rambo non è un coatto, non è un esaltato, non è un muscolo impazzito. John Rambo è un povero essere completamente disadattato e disorientato che, come moltissimi suoi coetanei al ritorno della guerra del Vietnam, non sa più chi è e cosa può fare nella vita per sentirsi un essere umano, in una realtà che gli è così ostile da continuare a perpetrare verso di lui l’ingiustizia sociale che aveva subito ai massimi livelli in guerra. Della sua vecchia persona forse non c’è più nulla, e della nuova non-persona la gente ha paura e, come i Vietcong, attacca sentendosi minacciata. Il torto infinito qui però è che quella diversità è proprio la sua nazione ad averla provocata. La sua espressione è la violenza perché da anni usa solo quella, senza neanche parlare. La sua ottusità è causa di una gravissima privazione della sua libertà e del rispetto umano. Il suo occhio spento si accende solo al ricordo delle torture subite. I suoi muscoli sono solo uno strumento di guerra, di vita, non di esibizionismo, come da vocabolario.

Il mito di Rambo, dell’eroe senza paura, è stato completamente ribaltato, e la sua profonda forza, la sua triste bellezza, è quella di essere la vittima più umiliata dalla nostra storia recente, in rappresentanza dei milioni di ragazzi, da ogni parte del globo, che affrontano un assurdo schiacciamento della loro vitalità, della gioia, e della purezza. Rambo siamo noi quando non troviamo un lavoro e non abbiamo una strada, quando lo perdiamo e nessuno è disposto a riconoscersi come persone valide cui dare una nuova occasione per riassettarsi, quando ci fanno un torto e non riusciamo a rispondere se non a parolacce, quando non troviamo qualcosa per cui continuare la giornata, quando ci accorgiamo che quello che abbiamo intorno è fatto di carta velina.

Tutto ciò è Rambo, e sono felice di averlo finalmente visto bene, assaporato, assorbendo una tristezza che nei ‘60/’70 aveva un sapore diverso, di Giungla e armi, ma che è sempre presente, in forme diverse.


Genuta #7

Venerdì, Luglio 11, 2008

La nuova puntata del romanzo d’appendice di Andrea Orlando, cioè me. La trovate sul sito www.andreaorlando.name, pagina scritti–>Romanzo Genuta.

Quando volete, la pagina commenti sgrana gli occhi per essere riempita…

Andrea


Genuta #6

Domenica, Luglio 6, 2008

La sesta puntata del mio romanzo a puntate è on-line.

Che altro dire, gotevelavelaverunt!

Sapete che leggere allunga la vita? ;)

Andrea


Betancourt libera

Giovedì, Luglio 3, 2008

Ci sono giorno che a te regalano un acquisto in pre-saldi, e che ad altri ragalano la VITA! In questi giorni ti chiedi davvero che senso abbia il mondo, se non sai dare importanza alle cose VERAMENTE importanti. Che alla fine si contano su un mano.

Come l’ex candidata alla presidenza della Repubblica colombiana ci sono centinaia di migliaia di persone intrappolate, seviziate, private del primo diritto di ogni uomo: la libertà. A loro io penso in questo momento, mentre mi guardo la mia bellissima borsa, il mio regalo per avere già tutto.


alla fine il giorno è venuto

Lunedì, Giugno 30, 2008

E’ venuto per me il giorno di vederlo: E venne il giorno, ottavo film del regista indiano M. Night Shyamalan, esploso con il fantastico Il Sesto Senso.

Ne avevo già parlato ma ora posso dire, con coscienza visiva oltre che pre-visiva, che la pellicola vale per atmosfera e spunto ideativo, ma non per costruzione narrativa e articolazione di messaggio. Il che non è necessariamente un difetto. Mi spiego: come l’insuperabile Gli uccelli di Hitchcock, qui il tema è la natura contro l’uomo, senza troppe spiegazioni sul perché o sul cosa fare, sul prima o sul dopo. La natura si stufa dell’uomo, la natura combatte l’uomo.

Shyamalan dice ciò portando lo spettatore a temere, come i protagonisti, di un nemico che non ha odore, né sapore, né colore, che viaggia con il vento, che é il vento, come può essere il verde delle piante, come il polline. Un nemico che non dà preavviso, ma che arriva e determina rituali individuali autolesionisti in mezzo ad una collettività immobile da cui emergono i futuri suicidi con passo a ritroso. Le conseguenze di questa premesse concretizzate nella regia del film sono due: visivamente il momento di follia auto-massacratoria è molto attraente, e si nota il gusto e la dimestichezza di Shyamalan nel riproporre l’inquietudine attraverso gesti insoliti che spezzano improvvisamente la normalità; seconda conseguenza, l’assenza di un nemico visibile ha il potere di portare la paura al di fuori dello schermo, alla prima vista di una pianta fuori dalla sala. Non importa in fondo molto che non si spieghi davvero cosa succeda al mondo (seppure un abbozzo di teoria c’è) né che non ci sia un finale (proprio come non c’era nell’immenso capolavoro di Hitchcock), né che i buoni non trionfino.

Ciò che rende dunque il film un buon film è la sua extra-schermalità, cioè il suo innestare dentro gli spettatori la paura per un elemento che ci circonda ogni giorno e in più in una cornice di preoccupazione globale proprio riferita ai mutamenti climatici con conseguente riassetto della natura a scapito dell’uomo (non a caso il film è uscito in questo periodo), e che sia (macabramente) affascinante rimanere con l’ansia appesa ad un filo che non si allenta mai, per ogni gesto, ogni attesa delusa e poi soddisfatta, ogni luogo, ogni personaggio (chi sono i cattivi e chi i buoni?).

Questo è merito dell’idea di base e della regia. Dunque, per me è un buon film.

Piccola nota sui dialoghi: non so se sia colpa di una strana traduzione (ne dubito), ma escono fuori ogni tanto delle frasi senza troppo senso, legate ad una sorta di oniricità stile Alice nel paese delle meraviglie, che a volte ti fanno dubitare di stare vedendo la rappresentazione di una realtà probabile o di un sogno, o meglio un incubo. Ma in fondo, il film è sempre un sogno, e come tale più vero di questo mio scrivere sul blog.

Parliamogli con amore, alle piante.


John Lennon

Domenica, Giugno 29, 2008

John Winston Lennon nasce a Liverpool, il 9 ottobre 1940. A cinque anni la madre Julia lo affida alla zia Mimi, che gli compra la sua prima chitarra sentenziando che però “non ti darà certo da vivere”. La casa di Zia Mimi, in cui Lennon vive fino al 1963, è un centro importante della produzione dei Beatles, dove i quattro scrivono diverse canzoni.

Constatando il suo talento nel disegno Zia Mimi lo iscrive al Liverpool College of Art, dove inizia ad appassionarsi alla musica e al rock’n'roll e dove forma verso la fine degli anni ‘50 il suo primo gruppo musicale, i Quarrymen. Proprio durante un concerto della band incontra Paul McCartney, che entra a far parte del gruppo nel 1957, seguito poi da George Harrison nel 1958. Nel 1960 i Quarry Men cambiano il loro nome in The Silver Beatles. Nel 1962 entra anche Ringo Starr, sostituendo il “quinto beatle” Pete Best.

Dal primo matrimonio con Cynthia Powell, nel 1962, nasce Julian, mentre la seconda moglie Yoko Ono gli dà Sean. John è un artista completo, facendosi apprezzare anche come attore, nei film dei Beatles (Help, Magical Mystery Tour) e non (Come vinsi la guerra), come scrittore, e ricordato per i numerosi attacchi verso le istituzioni, la ricchezza, la guerra (restituendo nel 1969 il titolo di “baronetto”, ottenuto nel 1965, per protestare contro la politica militarista del governo britannico) e la religione. Famoso il Bed-In di protesta del 1969, in cui rimane a letto una settimana presso l’Hotel Hilton di Amsterdam, seguito da tutti i media, con la sua nuova moglie, Yoko Ono, durante il quale registrano insieme Give Peace a Chance come Plastic Ono Band, la band formata insieme in quell’anno, di cui fa parte anche Ringo Starr. Verrà costantemente controllato dalla C.I.A. per il suo impegno politico.

L’intromissione di Yoko Ono nella vita e nelle composizioni dei Beatles accellera la rottura con il gruppo, che si scioglie nel 1970. John e Yoko portano avanti due rispettivi progetti da solisti come Plastic Ono Band (John Lennon/Plastic Ono Band ). Nel 1971 incide l’album Imagine, il suo secondo, che contiene la sua canzone simbolo. Seguono poi Some Time in New York City (con Yoko Ono, 1972), Mind Games (1973), Walls and Bridges (1974), Shaved Fish (selezione antologica, 1975),  Double Fantasy (con Yoko Ono, 1980).

Muore l’8 Dicembre 1980 di fronte al Dakota Building, il lussuoso palazzo in cui risiedeva, colpito da quattro colpi di pistola sparati da Mark Chapman.